domenica 27 febbraio 2011

Aria di Viaggio, Aria di Cambiamenti

L'aria. Fresca e secca come quella di una mattina d'inverno sui 3000 metri. Tersa, poi scura, poi di nuovo brillante sotto il riflesso del sole come quella di La Paz, dove il tempo è mutevole e scorre lento perché lentamente l'ossigeno riempie i polmoni, seppur respirato a grandi boccate.
L'Ossigeno, si dice che sia impalpabile, quasi non ce ne accorgiamo e come tutte le cose importanti di questa terra ne sentiamo l'importanza quando ci manca.
A La Paz, la condizione primordiale della nostra stessa esistenza è sempre sotto i nostri occhi, perché ad ogni passo il corpo ci ricorda quanta fatica deve sostenere respirando.
Nel Carcere di San Pedro de La Paz, ogni passo ti ricordi la fatica che ogni uomo deve sostenere quotidianamente quando i suoi diritti di essere umano non vengono rispettati.
L'Aria. Nel Carcere di San Pedro si rarefà appena varchi i cancelli delle guardie stanche al posto di controllo. In un viavai perpetuo di parenti in visita, di donne e bambini: mostro le mie credenziali all'ufficiale di guardia, respiro profondamente e mi tuffo. Barbara cammina tranquilla davanti, mi guida, tra una piazzetta affollata, un vicolo, un'altra piazzetta. Gli internos campeggiano, chiacchierano, consumano qualcosa da manigiare. Sono dentro. Sono nel Carcel di S. Pedro.
La testa mi gira, sotto il peso delle emozioni, del viaggio e dell'altitudine, ma voglio con tutto il cuore buttarmi in questa nuova dimensione e Barbara, in quello che a me sembra un labirinto, mi porta sicura tra scale e vicoli alla cella di un detenuto. Windsor ci accoglie calorosamente, il suo spazio è di un metro per due, ma è tenuto dignitosamente: un letto pulito, chitarra poggiata sopra, una mensolina con una foto. È carino, Windsor, la voce chiara, il tono sommesso; abbraccia Barbara, che mi introduce e così, alla maniera boliviana, mi merito subito una stretta di mano decisa e un abbraccio forte. Scambiamo due chiacchiere, almeno Barbara e Windsor, perché la padronanza dello spagnolo è per me ancora un problema: parlano di musica, parlano delle incomprensioni musicali tra Windsor e il nuovo chitarrista della cappella carceraria, dove si esibiscono ogni domenica durante la funzione.
La vita al San Pedro si scandisce così, con le sue regole (non ci sono guardie carcerarie all'interno), i suoi chiacchiericci, le simpatie, le antipatie: una città nella città dove un truffatore milionario può diventare il capo-delegato degli internos e un narcotrafficante il guardiano pacioso e risoluto della pace del Kinder per bambini…
Ma questa è un'altra storia e ve ni parlerò più avanti.


Sfide
Oggi ho sfidato per la prima volta La Paz e la sua folle conformazione urbana. Arroccata com'è tra l'altipiano andino, tra salite e discese ho accompagnato Barbara a sbrigare le pratiche burocratiche per l'associazione e il nostro visto… che palle, che lentezza, che lotta.
Tuttavia la lotta più grande è stata la sfida tra i miei polmoni e le strade di questa città: le automobili, i pulmini sgangherati, i taxi che arrancano sempre in prima e riversano quell'inconfondibile odore di diesel per le strade congestionate dal traffico.
Per la seconda volta in questa settimana passo per la via principale, El Prado: una lunga passeggiata ricavata in un avvallamento che separa i fianchi sovra-antropizzati delle montagne cittadine. Negozi, banche e uffici, il meglio del lascito Occidentale, ma almeno recupero un po' di fiato e mi permetto la prima sigaretta della mattina! Mi sento un pesce fuor d'acqua e devo evitare le manovre ardite dei soliti taxisti, che devono correre chissà dove.
Barbara mi cede lo zaino (eh eh non sono l'unico polmone d'acciaio delle Ande), passiamo davanti il palazzone dell'Univesità e schivando gli studenti ci apprestiamo alla salita finale: Calle Colon, il quartiere coloniale, sede di uffici amministrativi, del palazzo del Governo e dei ministeri, prima tuttavia la salita! Il Sole oggi splende e il mio abbigliamento da trekking (manco fossi Messner) risulta un tantino inadeguato. Fa lo stesso, oramai siamo arrivati, a ricordarcelo una lunga carovana di fuoristrada presidenziali che bloccano il traffico (come se prima scorresse fluido), vorrei chiedere al Presidente Morales cosa c… stia facendo per i diritti del suo popolo, per la corruzione e il clientelismo crescenti, ma fortunatamente per lui e per me, lui corre via coperto dalla cacofonia delle sirene e lascio perdere… per ora.
Al Final: Barbara entra nell'ufficio, ne esce poco dopo incazzata come una biscia, come volevasi dimostrare i documenti che attendeva non sono pronti. Maledetta burocrazia boliviana. Io nel frattempo aspetto fuori, mi merito una sigaretta, la giornata è stata dura.

La Castagna Portafortuna
Il Bagaglio di chi parte è sempre pieno, prima di tutto, di dolci ricordi, di esperienze, di pensieri paure ed amuleti… nel mio caso rimane ben poco spazio per il resto e ciò significa che ho già fatto amicizia con la lavandaia sotto casa, perché non possiedo una lavatrice.
Per questo devo ringraziare prima di tutto i cari Simo e Sere: Julio Cortazar mi fa compagnia molte sere prima di andare a nanna e le dediche sono sicuramente fonte di ispirazione per la mia condotta quotidiana, tuttavia con il corrispettivo del peso del libro avrei potuto buttare in valigia calzini, mutande e magliette quindi se avrò poca fortuna nelle relazioni sociali e puzzerò, non potrò fare altro che pensarvi. Per fortuna lavoro in un centro educativo per minori che vivono con i genitori in carcere e il loro stato igienico non è certo dei migliori, quanto ai carcerati… beh… alcuni sono sempre vestiti dignitosamente e profumatissimi da far invidia a Chanel N° 5, altri si trascinano stancamente come fantasmi, laceri, devastati, lascio immaginare a voi le conseguenze e le cicatrici che una tale perdita di speranze possa avere sul proprio corpo.
Nonostante tutto il mio compito non è, non sarà mai quello di selezionare le relazioni in base al quoziente di sporcizia e maleodore, perché quando entro dentro al San Pedro e abbraccio qualcuno, in quella stretta c'è un mondo di emozioni che ti scuote dall'interno. Sporco o pulito, tossico-dipendente o modello della società civile, il detenuto del San Pedro è feccia umana; che abbia commesso un reato oppure no, lo Stato lo incarcera preventivamente per un massimo di 3 anni, entro i quali la Procura deve collezionare le prove della sua colpevolezza e qualora fosse assolto da ogni accusa, lo saluterebbero con una bella stretta di mano, senza possibilità di ricorso. Questo accade se non hai soldi per pagare il poliziotto che ti arresta, il Procuratore o un avvocato che si dia da fare celermente per ridurre l'attesa del carcere preventivo. Quale fiducia si potrà mai avere a queste condizioni?
Ognuno trovi una degna risposta alla domanda, per quanto mi riguarda, ogni mattina mi sveglio, percorro la strada che separa la mia casa dal carcere, lascio dietro tutte le mie paure, i miei pregiudizi, gioco e sorrido alle piccole canaglie che frequentano il Kinder e abbraccio calorosamente chiunque mi saluti, varcato il cancello del posto di guiardia; perché i miei amuleti e i miei portafortuna fanno il resto: catalizzano l'intensità dei sentimenti che provo ogni giorno e torno a casa con un senso di pienezza e soddisfazione difficile da descrivere.

La Stagione della Pioggia
Quasi Marzo qui a La Paz, ma l'acqua scorre ancora a fiotti, dissesta le strade, allaga le case, spesso costruite a caso e in pendenze allucinanti. Entra dappertuto, ti lascia sempre quella sensazione di umido nelle ossa, ma alla fine ti abitui, te ne freghi e vai per la tua strada, un passo dopo l'altro, una pozzanghera dopo l'altra. Impreco, domani sarei dovuto partire per Cochabamba, avrei voluto ripercorrere i luoghi del Che, sorseggiare un mate di coca sotto il tiepido sole Cochabambino, 20°C tutto l'anno… che pacchia. Purtroppo però le notizie non sono buone: qualche strada si è sgretolata per le intemperie e inoltre molte categorie sociali sono in subbuglio per il continuo crescere dei prezzi al consumo, il pane sempre più caro e la miseria dei salari sempre miseramente uguale a se stessa. Ci sono Bloqueos in tutte le città, a scadenza quotidiana; non è un buon momento per lasciare La Paz. Fortunatamente domani è sabato, giorno di riunione con i detenuti, cercherò di scambiare due parole con il mio pessimo accento, le mie frasi sconfusionate, i miei intercalari tipici (“claro”, “Me lo creo”, “Vale”) ottimi per mimetizzare la difficoltà che incontro nel comprendere quello che dicono, ma lo sforzo c'è, la vicinanza pure e inoltre sono sempre molto carini con me!... chi se lo sarebbe aspettato da criminali incalliti. José ci canterà le sue canzoni popolari, così terribilmente simili ai ritmi gitani, Wildmore interpreterà i suoni più tipicamente andini, ci sentiremo uniti come la settimana scorsa, tra un mate, una chiacchiera, una canzone e le risa, quando tra una nota e l'altra i nostri Lords intrufoleranno una rima ardita e parole innocenti faranno incredibilmente rima con Puttana, trombare, inculare etc.
La Nota negativa? La Pioggia, con la P maiuscola, che devasta il San Pedro, grande come un campo da calcio e stracolmo di 1700 persone, una sopra l'altra, in celle costruite e ingrandite a casaccio, con materiale di risulta. Ogni posto ha le pareti logore di umidità, se va bene. Se va male ci piove dentro e da ieri abbiamo scoperto che anche il nostro Centro Infantil segue le rigide leggi architettoniche del San Pedro.....acqua dovunque, acqua sui pavimenti, acqua nelle colonne di “cemento”.
Meglio fregarsene, dopotutto si canterà e si ballerà, sotto la pioggia viene meglio, ha quasi un senso poetico… mavafffff!!!!

Stefano

venerdì 18 febbraio 2011

Un libro contro la mafia scritto dagli studenti italiani

Mi chiamo Gianmario Lucini. Sono un editore (CFR e sito web www.poiein.it) e poeta che quest’anno ha dato alle stampe l’antologia “L’impoetico mafioso”, un libro che contiene il contributo di 105 poeti italiani, alcuni molto noti, che si esprimono per la legalità contro la cultura della mafia e dei favoritismi.  Questo volume è stato presentato in diversi contesti e anche in diverse scuole, al Nord, al Sud e al Centro Italia, ottenendo un notevole successo, tanto che la prima tiratura di 700 copie è stata quasi esaurita in un mese.

Ho in mente un’iniziativa analoga con il contributo degli studenti, dalle Scuole Medie Inferiori fino all’Università.

La/lo studente che desidera partecipare all’edizione di questo nuovo volume, che si intitolerà “Noi e le culture mafiose”, possono scrivere le loro impressioni sul tema “La mafia e il mio passato / la mafia e il mio futuro” inviandole poi tramite l’indirizzo di posta elettronica info@edizionicfr.it

E’ importante infatti che gli adulti, al di là delle belle parole che possono scrivere in poesia o esprimere in pregevoli dibattiti televisivi, ascoltino soprattutto le impressioni dei giovani e in che modo essi vivono il problema della cultura mafiosa, dei favoritismi, delle raccomandazioni, della prepotenza, del pizzo, del disprezzo del prossimo, della strumentalizzazione di tutto e di tutti per il solo scopo di arricchirsi – e a volte questo accade, come ci raccontano le cronache, anche dentro la scuola...

Le/gli studenti che vogliono aderire al progetto lo possono fare anche in forma anonima, semplicemente siglando lo scritto (un racconto, una poesia, una riflessione, la storia di un’esperienza personale, ecc.) e indicando l’Istituto di provenienza.

Copia del volume che verrà stampato, sarà inviato alla biblioteca di tutte le scuole dalle quali saranno pervenuti contributi scritti.

Il progetto si apre il primo marzo 2011 e si chiuderà con il 30 settembre 2011.  Per tutta l’estate, dunque, i giovani potranno inviare i loro scritti all’indirizzo di posta elettronica indicato.

giovedì 17 febbraio 2011

Realizziamo "Casa Solidaria"


Il carcere di San Pedro di La Paz in Bolivia è un edificio dalle dimensioni di un campo sportivo per una capienza massima di 500 persone.
Di fatto ospita 1500 detenuti e 250 bambini perchè in molti casi i loro figli sono costretti a vivere all’interno del carcere con i loro padri detenuti.

A partire dal 2002 sta funzionando dentro il carcere San Pedro un centro educativo rivolto alla cura educativa dei bambini che vivono con i loro padri.

L'associazione “LABORATORIO SOLIDALE” sostiene, coordina e finanzia questo Centro Educativo, grazie alla collaborazione dei soci e a donazioni di privati.

Ora c’è un altro sogno: “CASA SOLIDARIA” una casa per ospitare gli ex-detenuti con laboratori e un’attività commerciale, per accompagnarli verso una integrazione
socio -lavorativa.
È stata individuata una casa ad Achocalla, non lontano da La Paz al prezzo di 70.000 euro, da pagare in due anni.

URGE RACCOGLIERE FONDI!!!!!

... festeggiamo con una cena il ritorno di Consuelo e Linda che hanno lavorato nel Centro Educativo del Carcere San Pedro di la Paz per tre mesi, cercando di carpire loro un pò di energia e di entusiasmo per realizzare questo progetto.

Il ricavato della serata derivato dall’iscrizione all’associazione, da “offerta libera” e dalle consumazioni serviranno ad accrescere il fondo cassa dell’associazione.

Il menù prevede: paiella, piadina farcita e tanto altro...

CASTELLO DI SORRIVOLI
SABATO 26 FEBBRAIO 2011
Il tutto dalle 20 alle 24.

Per informazioni e prenotazioni: 0547-326308 - 0547-326035

i ragazzi e le ragazze di Sorrivoli







Progetto “Casa Solidaria” La Paz – Bolivia

Premessa
Il progetto “Casa Solidaria” nasce da anni di esperienza di volontariato all’interno del carcere San Pedro di La Paz, dove i volontari dell’Associazione “Laboratorio Solidale” hanno potuto avere l’opportunità di lavorare con i figli dei detenuti che vivono con i loro padri all’interno dell’Istituto Penitenziario e con i detenuti stessi.
Raccogliendo le testimonianze di molti detenuti, emerge un minimo comun denominatore nel tono emozionale con cui parlano del loro futuro al di fuori delle mura carcerarie: la grande paura di “perdersi”, la paura della solitudine, di non farcela a ricominciare da zero, di non sapere cosa fare della propria vita.
La condizione detentiva in Bolivia, per molte persone, soprattutto quelle più povere, con lunghe pene e quelle abbandonate completamente dalla rete familiare, non rappresenta dunque solo una privazione della libertà circoscritta nel tempo, ma si trasforma in una quasi impossibilità futura di reinserirsi onestamente nel tessuto socio lavorativo della comunità, in parte per la difficoltà individuale di queste persone di ricostruirsi una identità nuova, diversa, onesta, e il profondo vissuto di impotenza che questo comporta, ma soprattutto per un violento etichettamento, una forte emarginazione ed esclusione che la pressione sociale e culturale opera verso questa popolazione.


Contesto

La Bolivia ha uno dei redditi pro-capite tra i più bassi del continente. Questo dato contrasta con la grande ricchezza di risorse naturali e la scarsa densità della popolazione, che potrebbe far pensare ad una maggior disponibilità economica per gli abitanti. Le ragioni sono evidentemente da individuarsi nell'arretratezza del sistema produttivo e sociale. L’economia poggia in gran parte sull’esportazione di minerali (stagno, gas naturale, petrolio, zinco, oro, antimonio, tungsteno, argento, piombo) e sulla produzione agricola. Anche il tasso di alfabetizzazione, che si situa intorno al 84%, lascia trasparire una certa insufficienza nel sistema scolastico nazionale. Il sistema socio-sanitario pubblico è altamente carente, sia in mezzi come nelle risorse umane. Gli aventi diritto a questo sistema devono comunque, nella maggior parte dei casi, pagare tutte le medicine anche durante il ricovero ospedaliero. Non esistono medici curanti convenzionati e le visite vengono effettuate solo all'interno delle strutture sanitarie pubbliche. 
In Bolivia, il grado di povertà è dunque generalizzato e lo Stato non riesce a dare una risposta concreta al bisogno  di aiuto di molte fasce cosiddette “a rischio di emarginazione sociale”. Problematiche come quelle portate dai “ragazzi di strada”, alcolisti, tossicodipendenti, detenuti e ex detenuti, sono purtroppo considerate fuori dalla portata economica del paese, perché prive di una sostenibilità futura, perché non produttive. Inoltre la povertà in cui versa la maggior parte della popolazione, porta il pensiero comune a colpevolizzare le fasce sopramenzionate, a considerarle prive di diritti, non meritevoli di aiuto e sostegno, visto che hanno osato infrangere le leggi o andare consapevolmente incontro all’autodistruzione.
In realtà lo Stato, non ha mezzi economici per poter organizzare uno “stato del Welfare”, una rete di sostegno socio-sanitario, per molte delle problematiche dei cosiddetti “emarginati”. Non solo gli ex detenuti non sono accompagnati da un Servizio Sociale che vigila e li sostiene nel momento della loro uscita dal carcere, ma anche all’interno della stessa istituzione carceraria, sono lasciati a se stessi, visto che non è organizzato nessun servizio educativo e riabilitativo all’interno del carcere. Al Carcere San Pedro di La Paz, per esempio, non esiste la figura dell’educatore, ci sono 2 Assistenti Sociali e 1 psicologa per 1500 detenuti.
La mancanza totale di un progetto educativo all’interno del carcere è grave, ma ancor più grave è la mancanza di un sostegno sociale, psicologico, morale, economico, al momento dell’uscita dal carcere per le persone che hanno perso i riferimenti familiari, oppure per vari motivi devono permanere lontani dal loro luogo di residenza (per esempio per motivi legali, per cui si devono fermare obbligatoriamente in un dato distretto, per andare a firmare ogni settimana in Tribunale, per dimostrare la loro “buona condotta”). Per nulla strano dunque che la reincidenza al crimine sia altissima: circa l’80% di coloro che escono dal carcere, vi rientrano in tempi brevissimi, proprio per una assoluta mancanza di sostegno e di alternative al loro stile di vita.


Descrizione del progetto

Il bisogno al quale si vuole dare una risposta concreta è quella di una alternativa all’abbandono totale in cui versano i detenuti in uscita dal carcere, soprattutto dopo lunghe pene detentive. L’intenzione è quella di prendere per mano, accogliere, accompagnare gli ex-detenuti nella ricerca di un lavoro, di una sistemazione, aiutarli nella acquisizione di una competenza lavorativa (attraverso il coinvolgimento nel lavoro offerto dal progetto stesso), sostenerli nel loro percorso di re inserzione sociale.
L’accoglienza è rivolta in particolare a quelle persone che durante una lunga detenzione hanno perduto il contatto con la famiglia, gli amici e la rete relazionale di sostegno così importante per il recupero della speranza e della capacità di ricominciare a vivere in maniera nuova, onesta, autonoma.

“Casa Solidaria” si propone di ospitare queste persone per un periodo definito (3/4 mesi), durante il quale dare l’opportunità di cercare e sviluppare le risorse e le competenze individuali presenti in ogni persona e creare le fondamenta psicologiche ed emotive di sicurezza e di autostima verso la progressiva indipendenza e realizzazione personale.

Il progetto prevede l’acquisto di una casa già individuata in zona Achocalla (a circa 45 minuti di autobus e 30 minuti in auto dal centro di La Paz). La casa funzionerebbe come Centro di accoglienza per 2/3 ex detenuti, domicilio per i volontari dell’associazione che prestano il loro servizio in Bolivia. Inoltre il progetto intende creare un bed&breakfast  per turisti, incentivando un turismo responsabile (pubblicizzato anche sul sito dell'associazione) offrendo lavoro a due/quattro ex detenuti fin dal loro arrivo in struttura. Uno o due ex detenuti diventeranno a loro volta i responsabili della struttura e avranno la possibilità di un lavoro a tempo indeterminato nella gestione del Bed&Breakfast.

La casa che è stata individuata è immersa in una cornice collinare verdeggiante veramente bella e rilassante.  A circa 20 minuti a piedi si arriva ad un laghetto che è attrezzato con barche e zona giochi per bimbi, ristorantini e bancarelle. Vicinissima la Valle della Luna, sito turistico di interesse naturalistico. Il villaggio di Achocalla ha una piazzetta centrale, c’è una scuola, la sezione distaccata del Comune di La Paz, un centro sanitario per le emergenze, negozi di alimentari. La zona è tranquilla e non pericolosa.
La casa formata da tre unità abitative:

·      La casa principale, formata da un’ampia cucina, un tinello con camino funzionante, due camere da letto un bagno e uno studio;
·      La garconnière attigua, con un ampio spazio utilizzabile a zona notte e giorno insieme con stufa a legna funzionante, un angolo cucina, un bagno, una piccola cameretta singola;
·      Una piccola costruzione, tranquillamente ampliabile in altezza e in larghezza a costi minimi, con una stanza, un bagno, una cucina e un deposito per gli attrezzi da giardino

Tutt’intorno alla casa ci sono 2500 metri di terreno, di cui circa 400/500 metri o più di giardino e i restanti 2000 metri circa dove sarebbe  possibile sia coltivare che eventualmente costruire strutture in legno o in cemento a seconda delle esigenze (creazione di piccole rivendite o di esercizi di ristorazione per il fine settimana). 
La casa è già attrezzata di luce, acqua dalla sorgente (non ci sono costi per il consumo), possibilità di connessione internet, e soprattutto la padrona di casa la venderebbe già ammobiliata . Sarebbe praticamente già pronta per l’uso. 

Considerando le strutture presenti, la casa presenta  molti lati positivi:

·      Dà la possibilità di ospitare i volontari nella casa centrale;
·      Possiede già  lo spazio autonomo per ospitare gruppi di 4/5 turisti nella garconnière;
·      Possiede già lo spazio per ospitare inizialmente uno o due ex detenuti nella costruzione attigua alla casa (che è ampliabile se fosse necessario). 
·      Non ci sono costi aggiuntivi per l’arredamento.
Sarà necessario l’acquisto di una camionetta per poter effettuare gli acquisti alimentari e necessari al funzionamento della casa, e per poter offrire un servizio di trasporto ai turisti che alloggeranno nel Bed&Breakfast (A/R  aeroporto, centro città, escursioni in zona, ecc.).
Sarà inoltre data l’opportunità agli ex detenuti di frequentare un corso di scuola guida, e potersi munire di licenza per trasporto di persone. Questo, sia nell’ottica di un lavoro presso il B&B che della possibilità di trovare un lavoro come autista all’esterno.

Chi sono i beneficiari
BENEFICIARI DIRETTI
·      10/12 ex detenuti ogni anno
·      1/4 ex detenuti a tempo indeterminato

 BENEFICIARI INDIRETTI:
·      I nuclei famigliari degli ex detenuti
·      L’istituzione penitenziaria
·      La comunità locale


Obiettivi
OBIETTIVI GENERALI:

·      Miglioramento della qualità della vita delle persone in uscita dal carcere;
·      Promozione dell’inclusione sociale e lotta alla discriminazione contro fasce di popolazione “deboli”;
·      Miglioramento del clima relazionale tra le persone in uscita dal carcere e la famiglia di origine;
·      Miglioramento del clima relazionale tra le persone in uscita dal carcere e la società circostante;
·      Sensibilizzazione della comunità alla problematica del post-carcere.

OBIETTIVI SPECIFICI:

-       Sostegno psicologico agli ex detenuti;
-       Sostegno materiale e alloggio temporaneo, a breve termine, agli ex detenuti;
-       Acquisizione di competenze lavorative e relazionali degli ex detenuti;
-       Promozione del ricongiungimento familiare tra gli ex detenuti e le loro famiglie;
-       Ottenimento di lavoro e di indipendenza economica degli ex detenuti;
-       Creazione di una rete interinstituzionale/privata (Municipalità, Servizi Sociali territoriali, associazioni di volontariato locale, agenzie educative sul territorio) di attenzione e sostegno alle problematiche degli ex detenuti e del loro rischio di esclusione sociale.



Sostenibilità

Il progetto ricercherà la sua sostenibilità futura attraverso:

 

·           Creazione, attivazione e potenziamento del Bed&Breackfast, rivolto a turisti interessati alla conoscenza delle problematiche sociali e al contesto culturale del paese meta del loro viaggio;

·           Inserimento del Centro “Casa Solidaria” all’interno di un circuito di Turismo Responsabile, attraverso l’utilizzazione della rete internet;

·           Produzione di verdura, ortaggi, pollame per consumo interno e vendita sul mercato locale;

·           Intensificazione della rete del volontariato locale/internazionale e sensibilizzazione ulteriore delle associazioni locali che si occupano di diritti umani (es. Pastoral Penitenciaria Catolica de Bolivia e altre associazioni) della problematica degli ex detenuti e il loro rischio di esclusione sociale.

·           Inserimento del Centro “Casa Solidaria”, in un elenco di strutture che prevedano la presenza di volontari in Servizio Civile internazionale;

·           Coinvolgimento delle istituzioni locali (Ministero de Justicia, Ministerio de Gobierno (Regimen Penitenciario), ecc.) e discussione sulla possibilità di un finanziamento pubblico / privato a favore dell’azione di reinserimento sociale e lavorativo rivolta agli ex detenuti.
·      L’attività del bed&Breackfast riuscirebbe a finanziare sia le spese di gestione della casa stessa
   che, in parte, anche le spese relative alla gestione del progetto “Centro Educativo Alegrìa”  
   (progetto promosso e coordianto dall’Associazione di volontariato “Laboratorio Solidale” già in
   funzione dal 2002, a sostegno dei figli dei detenuti che vivono con essi nel carcere San Pedro di
   La Paz).


PREVENTIVO SPESE  PROGETTO “CASA SOLIDARIA”

VOCE SPESA

Costo in USD

Costo in Euro (circa)
Acquisto CASA e TERRENO
80.000,00
60.000,00
Spese legali e fiscali proprietà casa3.000,002.200,00
Acquisto Camionetta
35.000,00
26.000,00
Costi iscrizione Registro IMPRESE (attività BED&BREAKFAST)
1.500,00
1.100,00
Scuola Guida (per due persone)
400,00
300,00
AVVIAMENTO CASA (trasloco, allacciamento luce, mobilio e accessori, sistemazione sentiero di ingresso)
15.000
11.000,00
TOTALE
134.900,00
100.600,00

lunedì 14 febbraio 2011

Scuola guida per Miki e a pranzo da tre ex bimbi del Centro Educativo

Sono sola per qualche giorno. Consuelo e Linda sono tornate in Italia, Pietro è in giro tra Sucre e Uyuni, per scattare qualche foto e Stefano, il nuovo volontario, arriverà mercoledì pomeriggio…
Avrei voluto fermarmi un attimo, cogliere l’occasione di questo momento di solitudine per riflettere un po’, raccogliere le idee e scrivervi con dovizia di particolari gli accadimenti, ma da giovedì mattina riesco a fermarmi solo ora, in questa assolatissima domenica pomeriggio.
Le settimane corrono e come sempre le esperienze che vivo sono molto intense, alcune veramente ricche di insegnamenti. Vorrei poter scrivere di ogni singolo momento, di ogni frammento di vita trascorsa qui… ma è tutto talmente veloce e talmente rapido il susseguirsi delle cose che dovrò come sempre scegliere qualche episodio in particolare da raccontarvi.

La settimana scorsa ho rivisto Miguel Angel, che da una ventina di giorni è in prova alla PIL, una ditta di latticini molto grande qui in Bolivia… In prova. Non si sa per quanto tempo, quanto sarà la sua paga e nemmeno quando lo pagheranno…insomma il massimo della stabilità e della certezza!...siamo in Bolivia… Ma Miki è contento, perché per lo meno ha una occupazione e un obiettivo e un senso nelle sue giornate. Come promesso, l’ho accompagnato ad iscriversi a scuola guida. Un gesto concreto dell’Associazione Laboratorio Solidale nell’accompagnamento al reinserimento post penitenziario… Miki era contentissimo, sorridente, felice di questa possibilità. Quando “Casa Solidaria” prenderà piede, Miki sarà il nostro braccio destro, autista, tuttofare, logista… e a lui questa cosa gli da un entusiasmo grande… Avrei voluto che lo vedeste…
Dopo 10 anni di prigione, un uomo rinasce. Ma non rinasce nel senso “idilliaco” del termine. Deve imparare daccapo a camminare con le sue gambe, a respirare l’aria aperta della città che sembra immensa e volerti inghiottire nell’anonimato, imparare a parlare una lingua che è cambiata nel frattempo, imparare a “ubicarsi” a darsi un ruolo e degli obiettivi. E per lui questa “scuola guida” ha un valore inestimabile, un seme per il suo futuro. Andiamo a brindare con Consuelo, Linda e Pietro, con un bel succo di frutta e tante chiacchiere ancora imperniate sul San Pedro. Miki mi dà consigli preziosi sulla mia posizione rispetto al Consiglio dei Delegati e tanto altro… sempre al mio fianco, sempre il mio grande amico, anche ora che è fuori da quelle 4 mura… È una sensazione bellissima, che mi da un senso di continuità forte nel lavoro che porto avanti in carcere tutti i giorni. Il polso, del lavoro di relazione di 10 anni insieme a Miguel e dei frutti che sta portando nella sua vita e nella mia.
E ringrazio col cuore la vita, per avermi dato la possibilità di questa bellissima esperienza, per darmi l’opportunità di poter esperire ogni giorno la dimensione della solidarietà, della condivisione con i miei galeotti…

Ieri sono stata invitata a pranzo da Ricardo, Pilar e Wendy, 3 ragazzini di 16, 15 e 13 anni, che avevo con me nel Centro Educativo il primo anno che lavoravo in San Pedro, nel 2002. All’epoca erano piccolini…Ricardo aveva 7 anni, Pilar 6 e Wendy appena 4. Adesso sono tre ragazzi… Mamma mia come passa il tempo… Me li ricordo ancora, Ricardo e Pilar, quando entravano in punta di piedi nel Kinder e con un sorriso mi chiedevano timidamente “Si può? E’ già aperto?” . Erano i miei più fedeli…ed erano tra quelli che mi aiutavano a riordinare, a pulire finito di giocare, perché avevano capito al volo l’importanza di rispettare i giochi e i materiali, come una forma di rispetto verso “la cosa pubblica” che è anche e soprattutto un riflesso del rispetto verso se stessi. Ricardo soffriva molto per la situazione di detenzione del padre e soffriva soprattutto la dimensione di vita carceraria che doveva subire personalmente. La madre viveva e vive tutt’ora in San Pedro con il padre, lavorando in un piccolo ristorantino nella sezione Pinos, forse più attenta a suo marito che ai figli...Due anni fa Ricardo ha puntato i piedi con i suoi genitori, chiedendo loro di andarsene dal San Pedro e di vivere per conto suo in un appartamento. A 14 anni ha cominciato a lavorare nel tempo libero dalla scuola, a mettersi da parte qualche soldo per se’e Pilar. Wendy, la più piccola vive ancora in San Pedro con la mamma e il babbo, ma ogni 15 giorni va dai fratelli nell’appartamento. Ricardo è sempre stato un bravo studente, con ottimi voti, nonostante abbia cominciato la scuola elementare mentre viveva dentro al carcere. Un bambino un po’ timido, sempre molto rispettoso e attento agli altri, soprattutto alle sue due sorelline che ama profondamente e verso le quali sente la grande responsabilità di proteggerle.
Avevo incontrato Pilar e Ricardo qualche tempo fa una domenica fuori dal carcere, che facevano la fila per andare a trovare il padre e la madre… Sembra assurdo… due ragazzini di 15 e 16 anni che lavorano e studiano e che la domenica, nel loro tempo libero, anziché andare al parco o stare con gli amici, vanno al carcere a trovare i genitori. Mi hanno fatto una grande festa e mi hanno raccontato del loro appartamento, invitandomi a far loro visita appena avrei potuto.
Ed ecco che arriva il grande giorno! Prendo il minibus fino a Villa Fatima e mi fermo all’angolo con la Calle 4 di Villa del Carmen. Come da programmi, aspetto che mi vengano a prendere. Vedo arrivare di corsa Ricardo, raggiante. Un bellissimo ragazzino mulatto, supersportivo, con due occhioni enormi. Cresciuto.
Arriva anche Pilar, composta, con le sue trecce lunghe, ordinata, educata come sempre. Cresciuta.
Mi accompagnano verso il loro appartamento. La casa è molto povera, un po’ arrangiata, non certo il massimo quanto a ordine e pulizia... Pilar si scusa con un sorriso timido “È un po’ in disordine, perché corriamo sempre tra scuola e compiti e non abbiamo tanto tempo per mettere a posto…”. Il bagno è in comune con gli altri appartamenti, ma loro sono orgogliosi e fieri della “loro casa”… Wendy ha cucinato per tutti, perché Ricardo e Pilar alla mattina sono stati al collegio. Ci sediamo a tavola come una famiglia e nel cuore sento una stretta forte forte… caccio indietro le lacrime che già reclamano l’uscita…
“Mi piace vivere qui, andare a scuola, prendermi cura delle mie sorelle” Ricardo è serio, non parla a vanvera. “In carcere sono stato molto male. Vedere mio padre sbronzarsi, picchiare mia madre…vedere la gente che si azzuffa per un pezzo di pane o per una malalingua…una volta ho visto due che si accoltellavano, e uno stava per lasciarci la pelle… No, no, no… io sto molto meglio qui. Qui mi sento tranquillo, riesco a studiare più concentrato e dormo sereno!” Pilar e Wendy ascoltano il fratello attente, assorte, come se nelle loro menti sfilassero immagini, flashback di episodi vissuti e forse mai comunicati a nessuno.
“Però Barbara, in realtà, anche se molto duro, vivere al San Pedro mi ha insegnato molte cose. Per esempio adesso so esattamente cosa non voglio per me e le mie sorelle. E tutto quello che ho imparato, lo voglio insegnare a loro. Voglio essere per loro un esempio buono, giusto. Quello che non abbiamo avuto noi”.
Pilar interviene “I bambini non dovrebbero stare in un carcere… i bambini dovrebbero stare in una famiglia, non in mezzo a gente che si droga, che si alcolizza, che si picchia per un niente.”
Li ascolto, li guardo, li osservo… bambini cresciuti in fretta, ragazzini già maturi e saggi, provati da una esperienza molto forte che poteva portarli chissà dove… Wendy mi sorride “Vuoi un altro po’ di zuppa?”sorrido e accetto la zuppa di mais squisita, cucinata da Wendy con tanto affetto … non so che dire… gli comunico solo che sono molto orgogliosa di loro, che anche i loro genitori possono essere orgogliosi e sono molto fortunati ad avere tre figli così, per come hanno saputo usare l’esperienza nella loro crescita…
Ricardo mi sorride e mi dice “Del San Pedro mi manca solo una cosa: il Kinder!” “Mi ricordo benissimo quando facevamo il pane o i biscotti nel forno…era proprio bello…quando ero li’ mi sentivo a casa, mi dimenticavo che ero nel carcere!” Pilar gli fa il coro “Si’! Il Kinder! Che bello era quel posto! Quanto abbiamo giocato con te Barbara!” cominciano una serie di “Ti ricordi quella volta che…” a botta e risposta tra Pilar e Ricardo, che quasi facevano a gara a tirarne fuori… . Le lacrime ormai mi hanno inondato le guance per la commozione…riesco solo a dire “Che gringa stupida! Scusatemi!”. Pilar e Ricardo mi abbracciano “Ma cosa dici! Sei una così bella persona! Barbara, tu per noi sei stata come una mamma, un punto di riferimento importante al San Pedro. Noi non possiamo dimenticarcelo, perché abbiamo vissuto lì dentro, sappiamo cosa provavamo e tu per noi c’eri sempre, nei momenti belli e nei momenti brutti!”
Non riesco a dirvi cosa mi ha attraversato il cuore in quel momento, perché sono solo riuscita a piangere… ma se ripenso ai bambini che erano e ai ragazzi che sono ora, posso solo dire che se in qualche modo il nostro Kinder ha potuto essere per la loro infanzia in carcere una oasi, un piccolo orticello dove coltivare un accenno di senso morale, un seme di affettività e tenerezza, di amore, cura e rispetto per la propria persona, uno spazio dove acquisire la conoscenza di alcune regole e un certo senso di condivisione e solidarietà, beh, allora credo che tutti gli sforzi che stiamo facendo qui al carcere San Pedro e in Italia, perché questo progetto continui e migliori, valgono la pena di essere fatti….
Questa certezza me l’hanno data Ricardo, Pilar e Wendy, tre insegnanti per me, che davanti a loro sono una collegiale…
Li saluto alla porta e Ricardo mi da un gran bacio abbracciandomi “Barbara, vieni a trovarci tutte le volte che vuoi, sei sempre come la nostra mamma!”.

Ho camminato a lungo, quasi fino al centro, piangendo, sorridendo, pensando che quelle che mi arrivano da questi ragazzini, sono perle di una preziosità inestimabile… insegnamenti e stimoli per i miei passi di allieva della vita.

Vi mando un abbraccio forte e vi mando in regalo il sorriso bambino di Ricardo e Pilar nel nostro Kinder di quasi 10 anni fa!

Che accompagni anche voi nei vostri passi!
Con tutto il bene del mondo:
La vostra Barbara/Barbaridad

lunedì 31 gennaio 2011

Diventa socio di Laboratorio Solidale!

Come da statuto, la quota associativa annuale è fissata in € 60,00 (sessanta/00) che si riducono a € 30,00 (trenta/00) per chi non ha compiuto i 20 anni.

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“Laboratorio Solidale”
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causale: quota associativa 2011.

Riflessioni sulla relazione d'aiuto

di Consuelo Alvisi (socia e volontaria a La Paz)


Buongiorno a tutti!

Stamattina ho pensato di riassumere qualche pensiero sulla "relazione d'aiuto", relazione che quotidianamente sento personalmente e che mi soffoca quando non sono in grado di metterla in atto.

In queste settimane di assenza dal kinder e quindi dallo stesso San Pedro, ho potuto conoscere altre realta'...come quella per esempio di Alto Beni. Sono tutte realta' o mondi dove le "persone" sono il nuclo centrale del viversi li'.

Le persone permettono la presenza stessa della vita, e la vita è viva nelle relazioni e nel coivolgimento totale di tante particolarita' personali e individuali. Quando ti metti in ascolto e ti poni in relazione ad una persona, indipendentemente da cio' che è stata o che ha vissuto, senti empatia nel momento in cui emotivita' e persona provano ad entrare nel suo mondo presente ma anche passato.

Bhe' non e' cosa semplice quando il limite princiapale qui' in Bolivia prima di tutto e' la lingua, quindi non poter comunicare qualcosa di piu' profondo e costruttivo diviene ostacolo e delusione. Ma altra componente è il linguaggio corporale e visivo, le tue espressioni e il tuo linguaggio immediato divengono facilitatori nello trasmettere "preziosita'" comunicative e conoscitive.

In quelle due giornate dove ho potuto apprezzare nuovi mondi e nuovi modi di pensare e di fare, mi sono subito ritrovata in un'altra dimensione: quella delle persone del San Pedro.

Mondi di altre circostanze rispetto alle nostre quotidianita' stabili e ben costruite in routin lavorative, familiari e amicali.

Mondi pero' dove i protagonisti sono persone come noi, persone che ho incrociato nel mio percorso come le stesse che ho incontrato nella mia vita vissuta fino ad ora.

Tutto ruota intorno alle persone con le quali incominciamo un percorso relazionale e comunicativo, e in alcuni casi sono persone che hanno bisogno di aiuto e di presenza pura.

L'aiuto è legato alla relazione e alla comunicazione, l'aiuto è strettamente connesso alla presenza di un'altra persona.

Sia nel carcere che fuori dal carcere ci sono persone che quotidianamente aspettano qualcosa o qualcuno che li accolga e che li ascolti. "Di' a qualcuno che sono qui!"....(grazie Barbara per questa tuo regalo) o semplicemente avere "qualcuno" che sappia delle loro "voci"!!!!

Sapere significa anche che esistono ascoltatori, ascoltatori che hanno possibilita' umana di scegliere cosa sia piu' giusto fare della propria vita.

Indispensabile è rendersi consapevoli di un elemento fondamentale: il tempo.

Il tempo permette all'incontro di divenire relazione e legame, quando "incontri" persone che hanno evidentemente bisogni primari, quello dell'accoglienza e dell'ascolto, si deve ponderare nel miglior modo possibile il proprio dare. E' facile che l'altra Persona si leghi sensibilmente a te, che si leghi in maniera forte e sviscerale e che idealizzi in te una forte speranza ....bhe' il tempo permette una maggiore conoscenza interpersonale, permette di avere una base e "spazio relazionale" dove certe dinamiche riescono a decifrarsi e a situarsi in maniera piu' razionale e comprensibile.

Il mio tempo qui a La Paz e nel carcere del San Pedro si e' rivolto principalmente ad un'interesse particolare: i bambini.

La bellezza di questa esperienza è data anche dagli incontri che ho potuto avere all'interno di queste mura, incontri con persone (detenuti) che mi hanno dato modo di riflettere e di godere di tanti pensieri e di tante storie di vita: godere in senso positivo e auto-costruttivo. Assaporo nel momento in cui sono li' presente, quando parole e immagini vengono alla luce grazie ad un'apertura che proviene da una persona internata! Non e' semplice ascoltare e inglobare...fai i conti con te stessa e con il tuo modo d'essere.

Lo Senti intensamente questo peso di "onnipotenza", senti arrivare sensazioni che non vorresti mai avere e questo continuo ascoltare aprendoti poi nella comunicazione diretta rischia a sua volta di farti sentire come su di un piedistallo dove tu "persona esterna" o tu volontario sei voce "unica", mentre tu persona priva di liberta' ti attacchi a questa e la idelizza giorno dopo giorno come "qualcosa" che ti attrae...ma poi tutto cio' purtroppo finisce e si ritorna a casa...

Si rischia comunque di innescare speranze e attaccamenti..

...non essere consapevole del tempo e di come lo si donera' effettivamente, si rischia di sottovalutare l'importanza della "conoscenza" che sta avendo luogo: tenere ben presente quali siano i tempi e quindi l'effettiva continuita' della relazione d'aiuto ma anche del semplice legame è molto importante per le molteplici complicanze che possono avvenire poi nell'abbandono....

Le persone del San Pedro hanno bisogno di nuovi scuarci di vita. Hanno bisogno penso di nuove speranze per un domani...fuori da quelle mura: mura di isolamento ma anche mura di una PICCOLA CITTA'.

Citta' dove sembra che la quotidianita' sia realta' normale e ben circoscritta. Fuori e dentro, passato e realta' presente si mescolano in un disegno particolare; si' ìl San Pedro è spazio di corruzione e di illegalita', ma anche luogo di persone che conducono una vita lontana da questo stile e da questa devianza.

Percorsi di relazione sana se esistono sono veramente poche e isolate ma in due persone speciali si possono riconoscere: Barbara stessa ne è parte e lei stessa insieme alla presenza di Padre Filippo per ben 10 anni li hanno saputi valorizzare con la loro presenza. DARE FIDUCIA E RESPONSABILITA' sono pilastri di un percorso che puo' regalare PENSIERI NUOVI a persone recluse.

L'ex-detenuto è molteplicita' di vissuti. Oltre a quello della detenzione c'è anche quello di una serie di conoscenze e di legami altri (fonte di ridimensionamento emotivo e qualitativo nell'approccio alla propria vita).

L'uscita e la liberta' fuori da quelle mura possono destabilizzare la persona stessa....

il "passato" di detenzione è contenimento e vissuti, il "presente" è da ricostruire!

Il presente e questa nuova liberta' sono nuovi preziosi per la persona ma è necessario che ci sia gia una base dalla quale partire, e' necessario che ci sia qualcuno o qualcosa che li sappia accogliere e dargli punto di PARTENZA sufficientemente sicuro e tranquillo: il lavoro è fonte di autostima, di riuscita, di concretezze sia economiche che relazionali.

Una Persona è parte del suo "sentirsi vivo" quando si sente REALIZZATA!

Il realizzarsi nasce da sostentamento personale e dalla coltivazione di passioni proprie: se non godi di una base iniziale e di appogio fisico-psichico tu ex-detenuto /persona sola è facile che venga rapito da un forte senso di inadeguatezza e di frustrazione.

E' importante non sentirsi solo e benefico è sapere che c'e qualcuno che ti stia aspettando e che sia in grado di comprendere difficolta future.

Il percorso post-penitenziario è complicato e forse di piu' se una persona dentro al carcere ha condotto strade autodistruttive e controproducenti per la propria salute psico-fisica.

Le realta' personali dentro ad una istituzione totale possono aggravarsi come invece possono migliorare se la fortuna regala "incontri" e relazioni dettate da DIALOGO AFFETTIVO, EMOTIVO E COSTRUTTIVO....

Il contesto nella sua complessita' e la persoa nella sua molteplicita' divengono un'insieme concreto di particolarita' da osservare e da "accogliere" con grande sensibilita' ma con forte senso di aiuto responsabile e ben coltivato nel presente carcerario, e nel futuro "libero".

Ho sempre riflettuto suelle carceri e su come si potesse lavorare al suo interno...è realta' dove si riversano problematiche e/o speranze altre. Non e' solo contesto chiuso, non si puo' pensarlo come problema ma il carcere dovrebbe essere pensato come TEATRO dove gli spazi e le relazioni divengano condivisione di impegni, ruoli professionali, riflessioni "insieme a...", percorsi da contenuti terapeutici e di integrazione effettiva nella societa' e nella "grande" famiglia che un giorno i detenuti andranno a vivere da persone ex-detenute.

Percorsi relazionali si' dai contenuti terapeutici ma sottolineo l'essenza di ascolto e di presenza come "neutralita' di giudizio", terra fertile di insegnamento-apprendimento RECIPROCO.

Non l'imposizione di percorsi ma trasmissione di modalita' relazionali che diano immagine di flessibilita' in base a situazioni vissute in quel momento, con quella persona e per quella persona.

Chi decide di aprirsi ad un'esperienza e ad un impegno di aiuto e' necessario a parer mio assumere un determinato ruolo:

- Essere punto di riferimento (IO CI SONO)

- posizione di ascolto personale

- relazionarsi con dialogo e umanita', non ricercare nella relazione d'aiuto obbiettivi fissi da raggiungere ma sostegno effettivo ed affettivo nel momento in cui c'è rischio di "cadere";

- comprendere e aprirsi ai perche' delle possibili difficolta';

- incentivare la relazione con pensieri comuni e rendersi consapevoli insieme di COSA SIA IMPORTANTE E DI COSA SIA NECESSARIO RICERCARE PER SOLLEVARE NUOVI SENSI DI VITA.

Non ho mai creduto in soluzioni pre-definite o in ricette immediate e gia' pensate da chi si prende cura di una persona....ma credo in un tipo di aiuto:

legato al viversi insieme a...e nella condizione di....'

Ho trattato qua' e la' qualche mio pensiero, questa e-mail l'ho iniziata ben tre giorni fa ma...sempre mi e' difficile piacermi nella mia scrittura, non la amo e di certo non me ne stimo ma desidero ogni tanto farmi sentire...

Il Progetto di "Casa Solidaria" cerca di prendere forma e cerca di essere letto tra queste righe:

credo fortemente nelle tante possibilita' che questa "casa" possa dare a queste persone uscite dal San Pedro

credo nelle positiva presenza delle persone che ci andranno ad abitare

desidero che alcuni ex-detenuti vivano finalmente un "senso di famiglia" e che sentano questa "famiglia"

desidero che la gente capisca che attorno a questo progetto ci sia veramente tanta voglia di costruire e di coltivare "qualcosa" che questo Paese (Bolivia) non riesce a donare al suo POPOLO.

La Bolivia ha un sacco di risorse e tante qualita' paesaggistiche, le persone la stanno abitando ma la maggior parte di esse è piegata da un sistema che non le vuole "sentire" e "ascoltare";

le persone "emarginate", isolate e soprattutto le persone che stanno pagando chissa' per quale motivo e per quale colpa non meritano tale pena;

si le persone possono cadere e rialzarsi mille volte, possono commettere errori e nuovamente ritornare su quelli passati ma se non si riflette sulla causa di tali comportamenti non riusciremo mai a guardarci in faccia e prenderci qualche responsabilita':

perche' non pensiamo mai a cosa effettivamente doniamo ai nostri figli o alle persone che ci stanno attorno?!

se fin dall'infanzia riceviamo "amore" e viviamo "amore" nelle sue tante particolarita' allora cresceremo in esso e vedremo con i suoi occhi no?!!!

se fin dall'infanzia viviamo nel buio e all'ombra di violenze, di maltrattamenti o di esempi pessimi ....o quotidianita' prive di relazioni sane e ben sicure che solo la tenerezza di un genitore ci puo' dare, come potremmo vedere la "vita"? che significato le potremmo dare se non quello di una qualsiasi dipendenza da atti o da comportamenti che non siano quelli della devianza e dell'auto-distruzione o auto-inflizione?

(Bhe' è ovvio che un pensiero sulla Societa' come grande Famiglia si ricollega a tutto cio'!)

Un abbraccio forte!
Ciao ciao la vostra Consu

lunedì 24 gennaio 2011

Di ritorno da Alto beni

di Barbara Magalotti

Il prurito è allucinante… braccia e gambe un cimitero di punture… di ritorno da Alto Beni, mi son portata il ricordo di migliaia di microinsetti che hanno pasteggiato abbondantemente sui miei poveri arti….

Era già da un po’ che pensavo di portare Linda e Consuelo a fare un bel giro nella Bolivia amazzonica e selvaggia, e l’occasione ci è arrivata quasi servita su un piatto d’argento: un volontario della Papa Giovanni XXIII conosciuto qualche tempo fa’, partiva per Alto Beni (profondo Yungas), per raggiungere la comunità di recupero per alcolisti in mezzo alla giungla e dopo averne parlato con il responsabile, Padre Alessandro, ci siamo unite anche noi alla spedizione! Lasciando la città, come sempre il paesaggio yungueño progressivamente più verde “fitto” e selvaggio che si attraversa per arrivare ad Alto Beni, ti lascia senza fiato…come senza fiato ti lasciano le curve sulla stradina di terra battuta prese sul ciglio dei burroni a strapiombo sulla vallata che si perde in migliaia di metri di altezza… una di quelle esperienze che ti lasciano il segno!!!

Siamo partiti con Miguel, Segundino, Raul, Juan, Carlos e il volontario italiano, Corrado,  che si sarebbe fermato un paio di mesi ad aiutare il coordinatore presente nella comunità di Alto Beni.

Il viaggio è stato estenuante, con un bus di quelli che se li vedi da lontano dici “….e quel coso lì come fa a rimanere in moto???”, ma che se ci sali sopra ti fai solo il segno della croce e ti metti a pregare! Siamo partiti con circa un’ora e mezzo di ritardo e siamo arrivati circa 4 ore dopo l’orario previsto:  in tutto 10 ore fino a Palos Blancos. Li’ Giovanni, il coordinatore della comunità ci aspettava con la camionetta: per arrivare alla comunità un’altra ora di viaggio in mezzo alla selva! Una stanchezza esagerata… ma CHE BELLO!!! Al buio non si vedeva un gran che’, ma i versi degli animali notturni, i rumori della foresta sono qualcosa che ti rapisce e ti fa piombare nelle braccia delle tue più recondite paure…ma anche in sella ai sogni più fantastici!

Le baracche di legno della comunità sono  in fase di ristrutturazione, per cui ci siamo arrangiati a dormire su letti molto spartani e Consuelo ha dormito su un materasso per terra…dopo aver fatto scappare qualche topolino infiltratosi nello stanzone comune. Una vera e propria prova di coraggio dormire sul pavimento, senza la zanzariera a protezione delle migliaia di insetti di tutte le forme e dimensioni… Grande Consu!!! Dopo questo “rito iniziatico”, potrai andare davvero dappertutto!!!

Tutto molto “basico”, assolutamente senza optional di alcun tipo, a parte la corrente elettrica e l’acqua corrente, che 7 anni fa’, quando vi andai per la prima volta, ancora non c’erano . Vita da campo, ma non da campo scout…da campo di lavoro!!! I ragazzi ci hanno accolto con grande entusiasmo e ho trovato alcuni dei chicos de la calle con i quali avevo lavorato in passato…ancora presi dalla problematica della dipendenza da sostanze, ma con il desiderio di uscirne. E arrivare ad Alto Beni, significa davvero lasciarsi alle spalle tutto un mondo di “strutture”, comodità che in qualche modo ti “proteggono” dal contatto vero e proprio con te stesso. Arrivare al campo, significa spogliarsi di tutto e guadarsi,percepirsi nella propria vera essenza:  il nucleo centrale del se’ senza maschere, senza “edulcoranti”. Il contatto con la natura è totale. Una immersione profonda nella dimensione forse più “animale”, essenziale, di se stessi. E allora ti trovi ad essere senza la tua “maschera cittadina”, a sentire le emozioni quasi allo stato puro: paura e ansia soprattutto. Perché non ci sono i tanti “stimoli” e “cuscinetti chimico-elettrico-meccanici costruiti ad hoc” a farti dimenticare dalla noia, a distrarti dall’ansia, a proteggerti dalla paura. Sei lì, con la natura imprevedibile e selvaggia, con te stesso , con i tuoi compagni e con il lavoro da svolgere. È molto forte questo impatto. Personalmente l’ho sentito profondamente: ed io ero lì solo per qualche giorno…

Carlos era molto felice di avermi trovata e aver fatto il viaggio insieme a me, che ero stata la sua educatrice quasi dieci anni fa… l’ha preso come un segno del destino J… come se qualcuno da lassù avesse tramato perché ad accompagnarlo al campo ci fosse una persona affettivamente importante…un po’ come la mamma che accompagna il bambino il primo giorno di scuola. La cocaina l’ha completamente cotto… e probabilmente non tornerà più alla “normalità” di come sarebbe potuto essere, ma potrà comunque raggiungere un suo equilibrio e raggiungere la migliore forma che gli è concessa. A dire il vero parecchi dei ragazzi accolti, avendo consumato alcol e droghe per lungo tempo, sono arrivati ad un “punto di non ritorno”, almeno a livello psichico… ma il percorso terapeutico potrebbe dare loro un “indirizzo di vita” attraverso il quale migliorare per quanto possibile e arrivare all’autonomia personale.

I ragazzi ci hanno portato a vedere i campi coltivati a riso, banane, ananas, caffè. Abbiamo fatto una bella passeggiata nella selva, attraverso la quale i ragazzi ci facevano strada con i machete, incontrando una miriade di frutti e piante di forme e colori stranissimi: anche una pianta con le foglie verdi e blu (una modificazione della pianta a difesa contro gli insetti; infatti le foglie verdi erano mangiucchiate, mentre quelle blu erano tutte intere). Veramente bello, se si lascia a casa la paura di sporcarsi, di infangarsi, di “mescolarsi” con l’ambiente circostante…e la paura degli insetti che sono davvero onnipresenti (…mentre vi scrivo sono completamente ricoperta di punture terribilmente pruriginose…mi sento tanto Maga Magò de “la Spada nella roccia”nella sfida magica, quando Merlino si trasforma in virus ed entra nel corpo della strega che si ricopre di bolle rosse!!!).

Al campo vivono attualmente dieci alcolisti in programma terapeutico, di cui 3 o 4 in età avanzata (tra i 50 e i 60 anni). Con loro c’è Giovanni, un volontario italiano che doveva stare 6 mesi, ma che ora vive lì da 4 anni  e non è mai tornato in Italia da quando è arrivato ad Alto Beni! Sta bene con se stesso e ha trovato la sua dimensione. Certo, da solo, in mezzo alla foresta con 10 persone e tanto lavoro da fare è dura. Avrebbe bisogno almeno di un paio di persone che lo affianchino nella coordinazione delle attività, del lavoro nei campi, ma soprattutto nel lavoro educativo con i ragazzi, nella gestione dei casi… Ho parlato a lungo con Giovanni di come si sente, di come gli piacerebbe potenziare questo centro. La Papa Giovanni XXIII negli ultimi anni ha un po’ abbandonato questo centro, ed è un vero peccato, perché ha delle potenzialità grandissime. Dalla comunità di Alto Beni sono uscite tante persone che ora vivono una vita “normale”, che si sono reinseriti in maniera sana nella società…

Il bisogno di comunicare e di parlare dei ragazzi è fortissimo. E siccome non capita spesso che arrivino ospiti a trovarli, Linda, Consuelo e io stessa abbiamo ascoltato e parlato a lungo con ognuno dei ragazzi. La cosa bella è che davvero ognuno a modo suo cercava di accaparrarsi la nostra attenzione, per esserne il centro, almeno per un po’. La capacità di aprirsi e di condividere i propri vissuti di questi ragazzi, è commovente: commovente perché è il chiaro segno di un forte bisogno di intimità, di affetto, di amore gratis, che molti di loro non hanno mai sperimentato. Con Miguel ho fatto veramente delle belle chiacchierate e la seconda sera, dopo cena, ha voluto sfogarsi per tutta una serie di dubbi, paure, amarezze e difficoltà che sentiva dentro di se’. Abbiamo parlato camminando e poi ci siamo fermati a guardare le stelle. Che meraviglia! Mi sono chiesta che cosa potessi volere di più di questo. E mi sono risposta che davvero , lo spogliarsi degli optional, ti “costringe” a renderti conto dell’essenzialità delle cose e della bellezza della vita di cui fai parte e che ti circonda. E un’altra volta ho avuto la fortuna di imparare una lezione di quelle che ti porti nel cuore per sempre.

Miguel ha quasi finito il programma ed è il braccio destro di Giovanni. Lo aiuta in ogni sua attività, lo sostiene, si confronta con lui… una sera l’ho visto seduto sul letto vicino a lui, che lo aiutava nell’organizzazione della giornata successiva… affezionato, fedele e amorevole come un figlio… la scena mi ha commossa non tanto per il bel rapporto, evidente tra i due, ma perché durante la nostra chiacchierata notturna Miguel mi ha confessato la sua preoccupazione per la solitudine di Giovanni, che avrebbe voluto aiutarlo a dare delle regole più severe ai ragazzi che si approfittano di Giovanni “perché” diceva “Giovanni è troppo buono”, “Ma se io faccio presente ai ragazzi che bisogna fare bene le cose, loro se la prendono con me… mi dicono “Chi sei tu per comandare?” e dire che io non sono certo uno a cui piace dare ordini! Figurati! Io che da quando avevo 3 anni ho vissuto in orfanotrofio e son passato da un centro di accoglienza  ad un altro fino ai miei 15 anni! Che ho dovuto sentirmi dire da una serie infinita di sconosciuti “Fai questo, fai quello!” figurati quanto mi piace dare ordini!?” …lo diceva sorridente, con una semplicità, con una nonchalance, come se stesse parlando, che so, di cosa aveva mangiato il giorno prima… mi ha commosso nel profondo questo ragazzo cosi’ sensibile… Miguel è sempre attivo, sempre sorridente, si preoccupa sempre degli altri, se c’è un problema lui è quello che dice “Dai, che non è niente! Guarda, adesso aggiustiamo tutto!” “Dai, che passa”… ma dove la trova tutta questa umanità? Quel che è certo è che mi ha dato una bella lezione di vita, una bella mazzata nei denti del mio orgoglio e dei miei piagnucolii esistenziali…insomma, mi ha dato il giro venti volte (mi devo ancora riprendere!)!

Finita la chiacchierata, nella quale ho cercato per come potevo di riflettere sulle sue buone qualità e dirgli di cercare di essere sereno, Miguel mi ha detto sorridendo , con una semplicità che mi ha quasi fatto piangere “Grazie Barbara, adesso che ho parlato con te mi sento davvero molto meglio! Mi hai fatto vedere le cose da una prospettiva che non avevo mai preso in considerazione! E vedo le cose non più così tragiche! Grazie perché mi sai ascoltare e con il tuo bel carattere mi metti di buon umore.” Mi sono sentita sprofondare davanti a quest’uomo così grande che non se ne rendeva nemmeno conto… “Grazie a te Miguel, per avermi lasciato entrare nel tuo mondo e aver condiviso con te un pezzetto della tua vita!”… l’abbraccio che ci siamo dati è stato di quelli che trasmettono tanto e lasciano dentro una consapevolezza: quella che è la condivisione che ci porta a crescere, a migliorare, a dare un contributo e un senso al nostro essere in questo mondo…

Prima di andare a dormire volevo salutare Jimmy e Carlos (tutti e due psichiatricamente “andati”) che parlavano fuori dalla baracca. Appena mi avvicino, cominciano a parlarmi tutti e due insieme. Evidentemente incapaci di darsi un turno, ognuno seguiva un suo filo logico che ovviamente non riuscivo a seguire e io nel mezzo che giravo la testa prima da una parte e poi dall’altra, annuendo di qua e di là, “Eh sì” “Eh già” “Certo!” “Claro que sì”… Carlos si arrabbia con Jimmy “Stavo parlando io con la Barbara!”. Jimmy mette le mani conserte stizzito “Ok!”, allora Carlos ricomincia il suo discorso delirante e intanto Jimmy, sempre con le mani conserte, continua a mezza voce “Ok, parla!” “Io non parlo, ti lascio parlare” “Dai, parla. Io aspetto che finisci” “Tra un po’ tocca a me parlare”… ragazzi, avrei voluto avere una cinepresa, perché erano fenomenali!!! Sembravano un duo comico e a me scappava troppo da ridere… a un certo punto Carlos fulmina Jimmy con uno sguardo e io colgo l’occasione per dire “Ragazzi buona notte! Vado a letto perché sono stanca morta!” e me la svigno!

Quando entro nel letto mi scappa ancora da ridere a pensare a quei due e sghignazzo sottovoce… ma nello stesso tempo provo una tenerezza infinita, pensando a quanto bisogno di attenzione  e di amore devono provare questi ragazzi…

Giovanni mi chiede se posso tornare a trovarli…gli prometto che tornerò almeno una volta ogni mese e mezzo e mi fermerò qualche giorno al campo, per stare con i ragazzi, parlare con loro, ascoltarli, condividere  … e imparare tanto da loro!

Tornando a La Paz il ricordo dei chicos e della selva è molto forte. E forte è anche il desiderio di tornare!

Vi mando un po’ di foto di Alto Beni, perché possiate anche voi viaggiare con la mente e accompagnarmi in questo tuffo nella natura selvaggia!

Un abbraccio… pruriginoso!!!

La vostra Barbara


Album foto qui
http://bit.ly/gfqrR5