lunedì 31 gennaio 2011

Diventa socio di Laboratorio Solidale!

Come da statuto, la quota associativa annuale è fissata in € 60,00 (sessanta/00) che si riducono a € 30,00 (trenta/00) per chi non ha compiuto i 20 anni.

Ecco le coordinate bancarie su cui effettuare il bonifico:

c/c in Banca Etica intestato a Associazione di Volontariato
“Laboratorio Solidale”
IT 94 D 05018 02400 000000129908


causale: quota associativa 2011.

Riflessioni sulla relazione d'aiuto

di Consuelo Alvisi (socia e volontaria a La Paz)


Buongiorno a tutti!

Stamattina ho pensato di riassumere qualche pensiero sulla "relazione d'aiuto", relazione che quotidianamente sento personalmente e che mi soffoca quando non sono in grado di metterla in atto.

In queste settimane di assenza dal kinder e quindi dallo stesso San Pedro, ho potuto conoscere altre realta'...come quella per esempio di Alto Beni. Sono tutte realta' o mondi dove le "persone" sono il nuclo centrale del viversi li'.

Le persone permettono la presenza stessa della vita, e la vita è viva nelle relazioni e nel coivolgimento totale di tante particolarita' personali e individuali. Quando ti metti in ascolto e ti poni in relazione ad una persona, indipendentemente da cio' che è stata o che ha vissuto, senti empatia nel momento in cui emotivita' e persona provano ad entrare nel suo mondo presente ma anche passato.

Bhe' non e' cosa semplice quando il limite princiapale qui' in Bolivia prima di tutto e' la lingua, quindi non poter comunicare qualcosa di piu' profondo e costruttivo diviene ostacolo e delusione. Ma altra componente è il linguaggio corporale e visivo, le tue espressioni e il tuo linguaggio immediato divengono facilitatori nello trasmettere "preziosita'" comunicative e conoscitive.

In quelle due giornate dove ho potuto apprezzare nuovi mondi e nuovi modi di pensare e di fare, mi sono subito ritrovata in un'altra dimensione: quella delle persone del San Pedro.

Mondi di altre circostanze rispetto alle nostre quotidianita' stabili e ben costruite in routin lavorative, familiari e amicali.

Mondi pero' dove i protagonisti sono persone come noi, persone che ho incrociato nel mio percorso come le stesse che ho incontrato nella mia vita vissuta fino ad ora.

Tutto ruota intorno alle persone con le quali incominciamo un percorso relazionale e comunicativo, e in alcuni casi sono persone che hanno bisogno di aiuto e di presenza pura.

L'aiuto è legato alla relazione e alla comunicazione, l'aiuto è strettamente connesso alla presenza di un'altra persona.

Sia nel carcere che fuori dal carcere ci sono persone che quotidianamente aspettano qualcosa o qualcuno che li accolga e che li ascolti. "Di' a qualcuno che sono qui!"....(grazie Barbara per questa tuo regalo) o semplicemente avere "qualcuno" che sappia delle loro "voci"!!!!

Sapere significa anche che esistono ascoltatori, ascoltatori che hanno possibilita' umana di scegliere cosa sia piu' giusto fare della propria vita.

Indispensabile è rendersi consapevoli di un elemento fondamentale: il tempo.

Il tempo permette all'incontro di divenire relazione e legame, quando "incontri" persone che hanno evidentemente bisogni primari, quello dell'accoglienza e dell'ascolto, si deve ponderare nel miglior modo possibile il proprio dare. E' facile che l'altra Persona si leghi sensibilmente a te, che si leghi in maniera forte e sviscerale e che idealizzi in te una forte speranza ....bhe' il tempo permette una maggiore conoscenza interpersonale, permette di avere una base e "spazio relazionale" dove certe dinamiche riescono a decifrarsi e a situarsi in maniera piu' razionale e comprensibile.

Il mio tempo qui a La Paz e nel carcere del San Pedro si e' rivolto principalmente ad un'interesse particolare: i bambini.

La bellezza di questa esperienza è data anche dagli incontri che ho potuto avere all'interno di queste mura, incontri con persone (detenuti) che mi hanno dato modo di riflettere e di godere di tanti pensieri e di tante storie di vita: godere in senso positivo e auto-costruttivo. Assaporo nel momento in cui sono li' presente, quando parole e immagini vengono alla luce grazie ad un'apertura che proviene da una persona internata! Non e' semplice ascoltare e inglobare...fai i conti con te stessa e con il tuo modo d'essere.

Lo Senti intensamente questo peso di "onnipotenza", senti arrivare sensazioni che non vorresti mai avere e questo continuo ascoltare aprendoti poi nella comunicazione diretta rischia a sua volta di farti sentire come su di un piedistallo dove tu "persona esterna" o tu volontario sei voce "unica", mentre tu persona priva di liberta' ti attacchi a questa e la idelizza giorno dopo giorno come "qualcosa" che ti attrae...ma poi tutto cio' purtroppo finisce e si ritorna a casa...

Si rischia comunque di innescare speranze e attaccamenti..

...non essere consapevole del tempo e di come lo si donera' effettivamente, si rischia di sottovalutare l'importanza della "conoscenza" che sta avendo luogo: tenere ben presente quali siano i tempi e quindi l'effettiva continuita' della relazione d'aiuto ma anche del semplice legame è molto importante per le molteplici complicanze che possono avvenire poi nell'abbandono....

Le persone del San Pedro hanno bisogno di nuovi scuarci di vita. Hanno bisogno penso di nuove speranze per un domani...fuori da quelle mura: mura di isolamento ma anche mura di una PICCOLA CITTA'.

Citta' dove sembra che la quotidianita' sia realta' normale e ben circoscritta. Fuori e dentro, passato e realta' presente si mescolano in un disegno particolare; si' ìl San Pedro è spazio di corruzione e di illegalita', ma anche luogo di persone che conducono una vita lontana da questo stile e da questa devianza.

Percorsi di relazione sana se esistono sono veramente poche e isolate ma in due persone speciali si possono riconoscere: Barbara stessa ne è parte e lei stessa insieme alla presenza di Padre Filippo per ben 10 anni li hanno saputi valorizzare con la loro presenza. DARE FIDUCIA E RESPONSABILITA' sono pilastri di un percorso che puo' regalare PENSIERI NUOVI a persone recluse.

L'ex-detenuto è molteplicita' di vissuti. Oltre a quello della detenzione c'è anche quello di una serie di conoscenze e di legami altri (fonte di ridimensionamento emotivo e qualitativo nell'approccio alla propria vita).

L'uscita e la liberta' fuori da quelle mura possono destabilizzare la persona stessa....

il "passato" di detenzione è contenimento e vissuti, il "presente" è da ricostruire!

Il presente e questa nuova liberta' sono nuovi preziosi per la persona ma è necessario che ci sia gia una base dalla quale partire, e' necessario che ci sia qualcuno o qualcosa che li sappia accogliere e dargli punto di PARTENZA sufficientemente sicuro e tranquillo: il lavoro è fonte di autostima, di riuscita, di concretezze sia economiche che relazionali.

Una Persona è parte del suo "sentirsi vivo" quando si sente REALIZZATA!

Il realizzarsi nasce da sostentamento personale e dalla coltivazione di passioni proprie: se non godi di una base iniziale e di appogio fisico-psichico tu ex-detenuto /persona sola è facile che venga rapito da un forte senso di inadeguatezza e di frustrazione.

E' importante non sentirsi solo e benefico è sapere che c'e qualcuno che ti stia aspettando e che sia in grado di comprendere difficolta future.

Il percorso post-penitenziario è complicato e forse di piu' se una persona dentro al carcere ha condotto strade autodistruttive e controproducenti per la propria salute psico-fisica.

Le realta' personali dentro ad una istituzione totale possono aggravarsi come invece possono migliorare se la fortuna regala "incontri" e relazioni dettate da DIALOGO AFFETTIVO, EMOTIVO E COSTRUTTIVO....

Il contesto nella sua complessita' e la persoa nella sua molteplicita' divengono un'insieme concreto di particolarita' da osservare e da "accogliere" con grande sensibilita' ma con forte senso di aiuto responsabile e ben coltivato nel presente carcerario, e nel futuro "libero".

Ho sempre riflettuto suelle carceri e su come si potesse lavorare al suo interno...è realta' dove si riversano problematiche e/o speranze altre. Non e' solo contesto chiuso, non si puo' pensarlo come problema ma il carcere dovrebbe essere pensato come TEATRO dove gli spazi e le relazioni divengano condivisione di impegni, ruoli professionali, riflessioni "insieme a...", percorsi da contenuti terapeutici e di integrazione effettiva nella societa' e nella "grande" famiglia che un giorno i detenuti andranno a vivere da persone ex-detenute.

Percorsi relazionali si' dai contenuti terapeutici ma sottolineo l'essenza di ascolto e di presenza come "neutralita' di giudizio", terra fertile di insegnamento-apprendimento RECIPROCO.

Non l'imposizione di percorsi ma trasmissione di modalita' relazionali che diano immagine di flessibilita' in base a situazioni vissute in quel momento, con quella persona e per quella persona.

Chi decide di aprirsi ad un'esperienza e ad un impegno di aiuto e' necessario a parer mio assumere un determinato ruolo:

- Essere punto di riferimento (IO CI SONO)

- posizione di ascolto personale

- relazionarsi con dialogo e umanita', non ricercare nella relazione d'aiuto obbiettivi fissi da raggiungere ma sostegno effettivo ed affettivo nel momento in cui c'è rischio di "cadere";

- comprendere e aprirsi ai perche' delle possibili difficolta';

- incentivare la relazione con pensieri comuni e rendersi consapevoli insieme di COSA SIA IMPORTANTE E DI COSA SIA NECESSARIO RICERCARE PER SOLLEVARE NUOVI SENSI DI VITA.

Non ho mai creduto in soluzioni pre-definite o in ricette immediate e gia' pensate da chi si prende cura di una persona....ma credo in un tipo di aiuto:

legato al viversi insieme a...e nella condizione di....'

Ho trattato qua' e la' qualche mio pensiero, questa e-mail l'ho iniziata ben tre giorni fa ma...sempre mi e' difficile piacermi nella mia scrittura, non la amo e di certo non me ne stimo ma desidero ogni tanto farmi sentire...

Il Progetto di "Casa Solidaria" cerca di prendere forma e cerca di essere letto tra queste righe:

credo fortemente nelle tante possibilita' che questa "casa" possa dare a queste persone uscite dal San Pedro

credo nelle positiva presenza delle persone che ci andranno ad abitare

desidero che alcuni ex-detenuti vivano finalmente un "senso di famiglia" e che sentano questa "famiglia"

desidero che la gente capisca che attorno a questo progetto ci sia veramente tanta voglia di costruire e di coltivare "qualcosa" che questo Paese (Bolivia) non riesce a donare al suo POPOLO.

La Bolivia ha un sacco di risorse e tante qualita' paesaggistiche, le persone la stanno abitando ma la maggior parte di esse è piegata da un sistema che non le vuole "sentire" e "ascoltare";

le persone "emarginate", isolate e soprattutto le persone che stanno pagando chissa' per quale motivo e per quale colpa non meritano tale pena;

si le persone possono cadere e rialzarsi mille volte, possono commettere errori e nuovamente ritornare su quelli passati ma se non si riflette sulla causa di tali comportamenti non riusciremo mai a guardarci in faccia e prenderci qualche responsabilita':

perche' non pensiamo mai a cosa effettivamente doniamo ai nostri figli o alle persone che ci stanno attorno?!

se fin dall'infanzia riceviamo "amore" e viviamo "amore" nelle sue tante particolarita' allora cresceremo in esso e vedremo con i suoi occhi no?!!!

se fin dall'infanzia viviamo nel buio e all'ombra di violenze, di maltrattamenti o di esempi pessimi ....o quotidianita' prive di relazioni sane e ben sicure che solo la tenerezza di un genitore ci puo' dare, come potremmo vedere la "vita"? che significato le potremmo dare se non quello di una qualsiasi dipendenza da atti o da comportamenti che non siano quelli della devianza e dell'auto-distruzione o auto-inflizione?

(Bhe' è ovvio che un pensiero sulla Societa' come grande Famiglia si ricollega a tutto cio'!)

Un abbraccio forte!
Ciao ciao la vostra Consu

lunedì 24 gennaio 2011

Di ritorno da Alto beni

di Barbara Magalotti

Il prurito è allucinante… braccia e gambe un cimitero di punture… di ritorno da Alto Beni, mi son portata il ricordo di migliaia di microinsetti che hanno pasteggiato abbondantemente sui miei poveri arti….

Era già da un po’ che pensavo di portare Linda e Consuelo a fare un bel giro nella Bolivia amazzonica e selvaggia, e l’occasione ci è arrivata quasi servita su un piatto d’argento: un volontario della Papa Giovanni XXIII conosciuto qualche tempo fa’, partiva per Alto Beni (profondo Yungas), per raggiungere la comunità di recupero per alcolisti in mezzo alla giungla e dopo averne parlato con il responsabile, Padre Alessandro, ci siamo unite anche noi alla spedizione! Lasciando la città, come sempre il paesaggio yungueño progressivamente più verde “fitto” e selvaggio che si attraversa per arrivare ad Alto Beni, ti lascia senza fiato…come senza fiato ti lasciano le curve sulla stradina di terra battuta prese sul ciglio dei burroni a strapiombo sulla vallata che si perde in migliaia di metri di altezza… una di quelle esperienze che ti lasciano il segno!!!

Siamo partiti con Miguel, Segundino, Raul, Juan, Carlos e il volontario italiano, Corrado,  che si sarebbe fermato un paio di mesi ad aiutare il coordinatore presente nella comunità di Alto Beni.

Il viaggio è stato estenuante, con un bus di quelli che se li vedi da lontano dici “….e quel coso lì come fa a rimanere in moto???”, ma che se ci sali sopra ti fai solo il segno della croce e ti metti a pregare! Siamo partiti con circa un’ora e mezzo di ritardo e siamo arrivati circa 4 ore dopo l’orario previsto:  in tutto 10 ore fino a Palos Blancos. Li’ Giovanni, il coordinatore della comunità ci aspettava con la camionetta: per arrivare alla comunità un’altra ora di viaggio in mezzo alla selva! Una stanchezza esagerata… ma CHE BELLO!!! Al buio non si vedeva un gran che’, ma i versi degli animali notturni, i rumori della foresta sono qualcosa che ti rapisce e ti fa piombare nelle braccia delle tue più recondite paure…ma anche in sella ai sogni più fantastici!

Le baracche di legno della comunità sono  in fase di ristrutturazione, per cui ci siamo arrangiati a dormire su letti molto spartani e Consuelo ha dormito su un materasso per terra…dopo aver fatto scappare qualche topolino infiltratosi nello stanzone comune. Una vera e propria prova di coraggio dormire sul pavimento, senza la zanzariera a protezione delle migliaia di insetti di tutte le forme e dimensioni… Grande Consu!!! Dopo questo “rito iniziatico”, potrai andare davvero dappertutto!!!

Tutto molto “basico”, assolutamente senza optional di alcun tipo, a parte la corrente elettrica e l’acqua corrente, che 7 anni fa’, quando vi andai per la prima volta, ancora non c’erano . Vita da campo, ma non da campo scout…da campo di lavoro!!! I ragazzi ci hanno accolto con grande entusiasmo e ho trovato alcuni dei chicos de la calle con i quali avevo lavorato in passato…ancora presi dalla problematica della dipendenza da sostanze, ma con il desiderio di uscirne. E arrivare ad Alto Beni, significa davvero lasciarsi alle spalle tutto un mondo di “strutture”, comodità che in qualche modo ti “proteggono” dal contatto vero e proprio con te stesso. Arrivare al campo, significa spogliarsi di tutto e guadarsi,percepirsi nella propria vera essenza:  il nucleo centrale del se’ senza maschere, senza “edulcoranti”. Il contatto con la natura è totale. Una immersione profonda nella dimensione forse più “animale”, essenziale, di se stessi. E allora ti trovi ad essere senza la tua “maschera cittadina”, a sentire le emozioni quasi allo stato puro: paura e ansia soprattutto. Perché non ci sono i tanti “stimoli” e “cuscinetti chimico-elettrico-meccanici costruiti ad hoc” a farti dimenticare dalla noia, a distrarti dall’ansia, a proteggerti dalla paura. Sei lì, con la natura imprevedibile e selvaggia, con te stesso , con i tuoi compagni e con il lavoro da svolgere. È molto forte questo impatto. Personalmente l’ho sentito profondamente: ed io ero lì solo per qualche giorno…

Carlos era molto felice di avermi trovata e aver fatto il viaggio insieme a me, che ero stata la sua educatrice quasi dieci anni fa… l’ha preso come un segno del destino J… come se qualcuno da lassù avesse tramato perché ad accompagnarlo al campo ci fosse una persona affettivamente importante…un po’ come la mamma che accompagna il bambino il primo giorno di scuola. La cocaina l’ha completamente cotto… e probabilmente non tornerà più alla “normalità” di come sarebbe potuto essere, ma potrà comunque raggiungere un suo equilibrio e raggiungere la migliore forma che gli è concessa. A dire il vero parecchi dei ragazzi accolti, avendo consumato alcol e droghe per lungo tempo, sono arrivati ad un “punto di non ritorno”, almeno a livello psichico… ma il percorso terapeutico potrebbe dare loro un “indirizzo di vita” attraverso il quale migliorare per quanto possibile e arrivare all’autonomia personale.

I ragazzi ci hanno portato a vedere i campi coltivati a riso, banane, ananas, caffè. Abbiamo fatto una bella passeggiata nella selva, attraverso la quale i ragazzi ci facevano strada con i machete, incontrando una miriade di frutti e piante di forme e colori stranissimi: anche una pianta con le foglie verdi e blu (una modificazione della pianta a difesa contro gli insetti; infatti le foglie verdi erano mangiucchiate, mentre quelle blu erano tutte intere). Veramente bello, se si lascia a casa la paura di sporcarsi, di infangarsi, di “mescolarsi” con l’ambiente circostante…e la paura degli insetti che sono davvero onnipresenti (…mentre vi scrivo sono completamente ricoperta di punture terribilmente pruriginose…mi sento tanto Maga Magò de “la Spada nella roccia”nella sfida magica, quando Merlino si trasforma in virus ed entra nel corpo della strega che si ricopre di bolle rosse!!!).

Al campo vivono attualmente dieci alcolisti in programma terapeutico, di cui 3 o 4 in età avanzata (tra i 50 e i 60 anni). Con loro c’è Giovanni, un volontario italiano che doveva stare 6 mesi, ma che ora vive lì da 4 anni  e non è mai tornato in Italia da quando è arrivato ad Alto Beni! Sta bene con se stesso e ha trovato la sua dimensione. Certo, da solo, in mezzo alla foresta con 10 persone e tanto lavoro da fare è dura. Avrebbe bisogno almeno di un paio di persone che lo affianchino nella coordinazione delle attività, del lavoro nei campi, ma soprattutto nel lavoro educativo con i ragazzi, nella gestione dei casi… Ho parlato a lungo con Giovanni di come si sente, di come gli piacerebbe potenziare questo centro. La Papa Giovanni XXIII negli ultimi anni ha un po’ abbandonato questo centro, ed è un vero peccato, perché ha delle potenzialità grandissime. Dalla comunità di Alto Beni sono uscite tante persone che ora vivono una vita “normale”, che si sono reinseriti in maniera sana nella società…

Il bisogno di comunicare e di parlare dei ragazzi è fortissimo. E siccome non capita spesso che arrivino ospiti a trovarli, Linda, Consuelo e io stessa abbiamo ascoltato e parlato a lungo con ognuno dei ragazzi. La cosa bella è che davvero ognuno a modo suo cercava di accaparrarsi la nostra attenzione, per esserne il centro, almeno per un po’. La capacità di aprirsi e di condividere i propri vissuti di questi ragazzi, è commovente: commovente perché è il chiaro segno di un forte bisogno di intimità, di affetto, di amore gratis, che molti di loro non hanno mai sperimentato. Con Miguel ho fatto veramente delle belle chiacchierate e la seconda sera, dopo cena, ha voluto sfogarsi per tutta una serie di dubbi, paure, amarezze e difficoltà che sentiva dentro di se’. Abbiamo parlato camminando e poi ci siamo fermati a guardare le stelle. Che meraviglia! Mi sono chiesta che cosa potessi volere di più di questo. E mi sono risposta che davvero , lo spogliarsi degli optional, ti “costringe” a renderti conto dell’essenzialità delle cose e della bellezza della vita di cui fai parte e che ti circonda. E un’altra volta ho avuto la fortuna di imparare una lezione di quelle che ti porti nel cuore per sempre.

Miguel ha quasi finito il programma ed è il braccio destro di Giovanni. Lo aiuta in ogni sua attività, lo sostiene, si confronta con lui… una sera l’ho visto seduto sul letto vicino a lui, che lo aiutava nell’organizzazione della giornata successiva… affezionato, fedele e amorevole come un figlio… la scena mi ha commossa non tanto per il bel rapporto, evidente tra i due, ma perché durante la nostra chiacchierata notturna Miguel mi ha confessato la sua preoccupazione per la solitudine di Giovanni, che avrebbe voluto aiutarlo a dare delle regole più severe ai ragazzi che si approfittano di Giovanni “perché” diceva “Giovanni è troppo buono”, “Ma se io faccio presente ai ragazzi che bisogna fare bene le cose, loro se la prendono con me… mi dicono “Chi sei tu per comandare?” e dire che io non sono certo uno a cui piace dare ordini! Figurati! Io che da quando avevo 3 anni ho vissuto in orfanotrofio e son passato da un centro di accoglienza  ad un altro fino ai miei 15 anni! Che ho dovuto sentirmi dire da una serie infinita di sconosciuti “Fai questo, fai quello!” figurati quanto mi piace dare ordini!?” …lo diceva sorridente, con una semplicità, con una nonchalance, come se stesse parlando, che so, di cosa aveva mangiato il giorno prima… mi ha commosso nel profondo questo ragazzo cosi’ sensibile… Miguel è sempre attivo, sempre sorridente, si preoccupa sempre degli altri, se c’è un problema lui è quello che dice “Dai, che non è niente! Guarda, adesso aggiustiamo tutto!” “Dai, che passa”… ma dove la trova tutta questa umanità? Quel che è certo è che mi ha dato una bella lezione di vita, una bella mazzata nei denti del mio orgoglio e dei miei piagnucolii esistenziali…insomma, mi ha dato il giro venti volte (mi devo ancora riprendere!)!

Finita la chiacchierata, nella quale ho cercato per come potevo di riflettere sulle sue buone qualità e dirgli di cercare di essere sereno, Miguel mi ha detto sorridendo , con una semplicità che mi ha quasi fatto piangere “Grazie Barbara, adesso che ho parlato con te mi sento davvero molto meglio! Mi hai fatto vedere le cose da una prospettiva che non avevo mai preso in considerazione! E vedo le cose non più così tragiche! Grazie perché mi sai ascoltare e con il tuo bel carattere mi metti di buon umore.” Mi sono sentita sprofondare davanti a quest’uomo così grande che non se ne rendeva nemmeno conto… “Grazie a te Miguel, per avermi lasciato entrare nel tuo mondo e aver condiviso con te un pezzetto della tua vita!”… l’abbraccio che ci siamo dati è stato di quelli che trasmettono tanto e lasciano dentro una consapevolezza: quella che è la condivisione che ci porta a crescere, a migliorare, a dare un contributo e un senso al nostro essere in questo mondo…

Prima di andare a dormire volevo salutare Jimmy e Carlos (tutti e due psichiatricamente “andati”) che parlavano fuori dalla baracca. Appena mi avvicino, cominciano a parlarmi tutti e due insieme. Evidentemente incapaci di darsi un turno, ognuno seguiva un suo filo logico che ovviamente non riuscivo a seguire e io nel mezzo che giravo la testa prima da una parte e poi dall’altra, annuendo di qua e di là, “Eh sì” “Eh già” “Certo!” “Claro que sì”… Carlos si arrabbia con Jimmy “Stavo parlando io con la Barbara!”. Jimmy mette le mani conserte stizzito “Ok!”, allora Carlos ricomincia il suo discorso delirante e intanto Jimmy, sempre con le mani conserte, continua a mezza voce “Ok, parla!” “Io non parlo, ti lascio parlare” “Dai, parla. Io aspetto che finisci” “Tra un po’ tocca a me parlare”… ragazzi, avrei voluto avere una cinepresa, perché erano fenomenali!!! Sembravano un duo comico e a me scappava troppo da ridere… a un certo punto Carlos fulmina Jimmy con uno sguardo e io colgo l’occasione per dire “Ragazzi buona notte! Vado a letto perché sono stanca morta!” e me la svigno!

Quando entro nel letto mi scappa ancora da ridere a pensare a quei due e sghignazzo sottovoce… ma nello stesso tempo provo una tenerezza infinita, pensando a quanto bisogno di attenzione  e di amore devono provare questi ragazzi…

Giovanni mi chiede se posso tornare a trovarli…gli prometto che tornerò almeno una volta ogni mese e mezzo e mi fermerò qualche giorno al campo, per stare con i ragazzi, parlare con loro, ascoltarli, condividere  … e imparare tanto da loro!

Tornando a La Paz il ricordo dei chicos e della selva è molto forte. E forte è anche il desiderio di tornare!

Vi mando un po’ di foto di Alto Beni, perché possiate anche voi viaggiare con la mente e accompagnarmi in questo tuffo nella natura selvaggia!

Un abbraccio… pruriginoso!!!

La vostra Barbara


Album foto qui
http://bit.ly/gfqrR5

venerdì 14 gennaio 2011

Dignità reclusa

Entrando al San Pedro, il più grande carcere del Paese andino, costruito nel cuore di La Paz, si ha l’impressione di arrivare in una piccola città. Una volta che si lascia alle spalle il grande cancello di ferro si arriva nella piazza in cui prende vita un brulichio di attività che tengono occupati i prigionieri durante il giorno: piccoli ristoranti con tanto di sedie e tavolini o chioschi che preparano piatti d’asporto, bancarelle e negozietti di alimentari, partite di biliardo o calcio balilla, e poi artigiani, fabbri, falegnami, muratori, lavandai, barbieri, calzolai, fotografi. Romagnola di origine, volontaria ormai da diversi anni nel carcere di La Paz, Barbara Magalotti è la presidente dell’associazione “Laboratorio Solidale” da lei fondata nel 2009 – e che presto avrà anche una sezione trentina. L'associazione lavora all'interno del San Pedro con l'obiettivo di proseguire l’opera di padre Filippo Clementi, missionario cembrano che per dieci anni è stato cappellano del carcere, per i detenuti punto di riferimento e amico.
La Paz...

mercoledì 5 gennaio 2011

MARCIA PERUGIA-ASSISI

Scrivilo sul calendario!

Mettilo in agenda!

Passaparola.

NONVIOLENZA - GIUSTIZIA - LIBERTA' - DIRITTI UMANI - PACE - RESPONSABILITA' - SPERANZA

BE PART OF THE SOLUTION!

COSTRUIAMO UNA NUOVA CULTURA

25 SETTEMBRE 2011 MARCIA PERUGIA-ASSISI

PER LA PACE E LA FRATELLANZA DEI POPOLI, A 50 ANNI DALLA PRIMA MARCIA ORGANIZZATA DA ALDO CAPITINI



Tavola della pace

www.perlapace.it <http://www.perlapace.it>
info@perlapace.it