lunedì 13 marzo 2017

Juan è partito

di Barbara Magalotti





Ho ancora le lacrime agli occhi e un nodo alla gola che è un misto di felicità e nostalgia… Juan, il nostro caro Juan del San Pedro  è partito. L’ho accompagnato all’aeroporto per prendere l’aereo che lo riporterà  alla sua  amata Lisbona…dopo 9 anni di detenzione al San Pedro.

Poco più di un mese fa, alle 21,00 una telefonata di Miguel, il nostro cuidador del Kinder “Barbara!!! Juan sta uscendo adesso! Lo hanno chiamato alla porta!!!” 
“Miguel, corri da lui e digli che arrivo in 10 minuti!!!” 
Prendo una giacca qualsiasi, mi metto le scarpe di corsa, mi infilo il cappello di lana  e già nel vicolo di casa mi accorgo che ho il pigiama (machissenefrega!) e la sciarpa che penzola strisciando sulla strada e facendomi quasi inciampare, mi fiondo a prendere un taxi… Non posso pensare che dopo 9 anni di carcere non ci sia nessuno ad aspettarlo fuori dalla porta di quelle 4 mura…

Il poliziotto di guardia si accende una sigaretta e  mi guarda divertito dalla mia mise casalinga/notturna… ed ecco che spunta dalla porta Juan… un pulcino rinsecchito, intirizzito dal freddo, senza neanche una borsa con le poche cose che solitamente i detenuti custodiscono gelosamente per il momento dell’uscita… solo le sue mani in tasca e uno sguardo stranito dal traffico notturno… un sorriso timido e stanco. Camminiamo per arrivare a casa e chiacchieriamo tanto… la coincidenza vuole che a casa ho ospite una amica portoghese con il suo ragazzo, di passaggio a La Paz. Juan è timido e quasi “paralizzato” mentre gli verso un bicchiere di vino… Rita comincia a parlargli in portoghese e il nodo piano piano si comincia a sciogliere…

La burocrazia per il rimpatrio è lunga e il console del Portogallo mi dice che ci vorrà almeno un mese per preparare tutto e mettere d’accordo l’ambasciata portoghese a Lima e l’ufficio dell’immigrazione per preparare il passaporto speciale d’emergenza. Parlo con Juan, gli ricordo del nostro progetto nella selva e lui immediatamente mi dice “Portami a Caranavi al terreno, non voglio stare a La Paz! Voglio fare qualcosa di utile in questo mese di attesa”. Detto, fatto!

Come descrivere questo mese di libertà così intenso? Il viaggio a Caranavi, la convivenza nella selva, le sere a chiacchierare sotto le stelle e a fare considerazioni sul senso della vita e del futuro, il lavoro duro e instancabile di Juan con la terra e per la costruzione della cucina da campo, le risate folli per cose assolutamente normalissime (ma specialissime dopo 9 anni di isolamento…), le discussioni e le alzate di testa, gli abbracci e le lacrime quando i ricordi del carcere si fanno cupi e dolorosi e  i desideri e le paure per il futuro si agitano troppo nel profondo… il gatto che scappa mentre lo portiamo dal veterinario e si rifugia nell’unica gioielleria di Caranavi… e la padrona del negozio che non crede alle nostre richieste di cercarlo dentro al negozio, perché crede che siamo dei ladri che si sono inventati la scusa del gatto per entrare a rubare (certo… io e due tipi loschi tutti sporchi, puzzolenti e arruffati… ma cosa pensavamo??? Ahahahahaha!!! Una situazione da morire dalle risate!!! Avrei voluto avere una telecamera!!!!).

Una sera, dopo cena, sotto una stupenda, incredibile coperta di stelle e la luna piena,  ci fumiamo la nostra solita sigaretta del  “pre-buona notte” sulla panchina della casetta di legno dove dormono Juan e Luis (un ragazzo in terapia per alcolismo alla comunità di Alto Beni della Comunità Papa Giovanni XXIII, che ha fatto una esperienza di scambio con il nostro progetto per 15 giorni) chiedo a Juan: “Cosa pensi di questo posto Juan? Credi sia adeguato per chi esce dal carcere? L’opinione di un ex detenuto è molto importante e credo sia fondamentale per capire i passi da intraprendere… la tua opinione mi serve perché vorrei capire se stiamo andando nella direzione giusta, se tutto questo lavoro e questi sforzi ci stiano portando verso una meta utile …”   
“Barbara, questo posto è meraviglioso, e nonostante la difficoltà ambientale, i mosquitos, il caldo e il lavoro duro, personalmente stare qua mi sta facendo vedere e capire quali sono le cose importanti nella vita. Il lavoro duro serve molto per scaricare i nervi e capire i miei limiti e le mie risorse fisiche e anche le mie riserve di di pazienza e di umiltà. Questa natura così totale mi fa sentire un senso di libertà, e un sentimento di «gratitudine» e rispetto verso la Terra, che non avevo mai provato prima. Anche vivere con te e i volontari, e le persone che passano di qui per il progetto, mi sta facendo guardare la vita in tutta un’altra prospettiva da quella che anche solo ieri avevo pensato…questo posto  ha delle potenzialità molto grandi con gli ex detenuti! Certo, non va bene per tutti, ma per molte persone del San Pedro, sarebbe una esperienza molto utile e importante per riprendere in mano la vita e guardare al futuro in una maniera differente.” 
L’emozione per queste parole dette di getto è grande…sono commossa e anche un po’ rassicurata; a volte mi chiedo se tutto questo lavoro e questi passi fatti con grande impegno e fatica siano nella direzione giusta… e  Juan con le sue considerazioni mi ha dato un bel feed bak positivo!

Parliamo tanto nelle notti a Caranavi: i 9 anni al San Pedro sono stati molto duri, in tanti anni non ha ricevuto nemmeno una visita. Ha passato 9 anni senza mai vedere nessun conoscente. Le uniche persone che si ricordavano di lui eravamo io e i volontari di Laboratorio Solidale. Cazzo, 9 anni senza relazioni umane significative! Un isolamento sociale straziante. Non riesco ad immaginare tanta deprivazione emozionale/affettiva. Juan mi racconta del suo dolore, del suo auto-isolamento, del suo consumo di sostanze (soprattutto la pasta base) per sopportare la solitudine e il senso di colpa, ma anche della sua forza e della sua grande fede. Entrare in carcere in Bolivia a 30 anni appena compiuti e sapere di non uscirne almeno per 8 anni che diventano quasi  9… vuol dire decidere di morire o di sopravvivere nel senso più assoluto del termine. E mi racconta dei 6 anni passati in “Sin Sección”, in stanzoni dove decine di detenuti sono ammassati e dormono rannicchiati alla male-peggio, dove non riesci a prendere sonno per il prurito causato dalle pulci, per il puzzo di vomito o di diarrea di chi sta male (non c’era il bagno…) e poi la decisione di andare a dormire negli androni e i vicoli all’aperto del carcere, perché lì, nonostante il freddo degli inverni a 4000 metri di altezza, almeno si era all’aria aperta e se avevi una coperta riuscivi a prendere sonno… Juan però ha sempre avuto il rispetto dei detenuti, perché era uno che si faceva gli affari suoi, che sapeva lavorare e guadagnarsi da vivere e in carcere ha imparato a fare di tutto: lavori da idraulico, elettricista, muratore,  e ha messo in pratica le sue competenze come falegname e artigiano. Il capitolo più doloroso dei suoi racconti è quello relativo alla relazione con suo figlio… un bimbo che ha lasciato a 5 anni e che ora ha 14 anni: 9 anni in cui lui come padre è scomparso e che suo figlio ha registrato come un abbandono… Ascolto i suoi racconti, guardo le sue espressioni, i suoi occhi profondi,  e sento dentro tutto il suo desiderio di ricominciare e tutta la sua paura di non farcela e non posso fare a meno di commuovermi…

Lo metto in guardia e un po’ duramente gli faccio presente che deve aspettarsi di tutto da suo figlio, dalla rabbia al rifiuto, all’aggressività… deve essere pronto a tutto, ma anche risoluto nell’essere talmente umile da accettare tutto quello che gli arriverà, e talmente determinato e forte da ricostruire pezzettino a pezzettino la sua relazione con suo figlio, partendo prima di tutto da sé stesso. Primo passo “Assumersi la responsabilità delle sue azioni”, secondo passo “Perdonarsi”, terzo passo “Ripartire da zero e cominciare una vita nuova” per sé stesso,  per poi ricostruire un rapporto nuovo con suo figlio. Una sera Juan mi dice: “Oggi mentre ero al fiume a sciacquare le scarpe, pensavo e pensavo e pensavo, pensavo che avevo una vita bella e che non ho saputo apprezzarla, avevo tutto quello che può rendere felice: una donna speciale e fantastica che amavo e che mi amava, un figlio adorato, un buon lavoro, la casa che era il nostro nido, ma cosa cazzo cercavo facendo il narcotrafficante???” mi guarda come a chiedermi una risposta; lo guardo con gli occhi che mi si riempiono di lacrime e non riesco a parlare – ci abbracciamo forte forte: “Juan! Piano piano ti stai ritrovando! Sono tanto felice perché questi 9 anni non sono stati buttati al vento, ma come vedi, ti hanno fatto capire tante cose! Evidentemente ti serviva tutto questo per capire quello che non vuoi e sentire quello che è veramente importante per te! Adesso, e solo adesso sei pronto per vivere la tua vita fratello mio!”
Il  5 marzo Juan ha compiuto 39 anni. Con le vicine di casa gli abbiamo organizzato una piccola cena di compleanno con torta e regalo: lo guardavo e pensavo a lui, la sua vita, i suoi quasi 10 anni di astensione dalla vita sociale ed affettiva… spero che il contatto con queste persone incontrate all’uscita dal San Pedro, con i volontari presenti a Caranavi, con me (che l’ho mazziato diverse volte, anche con durezza, ma con affetto) che lo abbiamo apprezzato, valorizzato e coccolato in questa fase di transizione dall’uscita dal carcere al rientro in patria, abbia “lavorato” dentro di lui, come una spinta , una motivazione alla fiducia in se stesso e nella vita, nella possibilità di una vita semplice e felice…
Stamattina sveglia alle 5:00 per andare all’aeroporto. Dopo il check-inn e la faccia stranita della operatrice al vedere il suo “Mandamento de libertad” insieme al suo passaporto speciale di viaggio, ci siamo bevuti un caffè prima della partenza… tanti desideri, tante emozioni espresse, tante lacrime insieme.

L’abbraccio al gate è stato interminabile… il tempo si è fermato tutt’intorno, e ha catturato solo i nostri sguardi bagnati dalle lacrime… nove anni di conoscenza, convivenza, affetto racchiusi in 4 braccia che si stringono e si accarezzano rassicurandosi a vicenda… Le mie: “Sarà durissima, ma so che ce la farai!”, le sue: “Non preoccuparti, ce la voglio fare e ce la farò!”

“Dai Juan, adesso vai!” 
“Sì, vado!”
Non si volta indietro, Juan… la luce in fondo al tunnel, la vita, è davanti. Dietro c’è il tunnel buio dell’isolamento e della solitudine, il passato e tutti i suoi errori…

Una gravidanza di 9 anni, un parto doloroso, ma anche una rinascita,  che aspetta solo di esprimere una vita che ha ancora tanto, ma tanto da dare!

Ciao Juan, amico, compagno e insegnate inaspettato… con le lacrime agli occhi e il cuore carico di emozione ti auguro di ritrovarti, di esprimere tutto quello che sei veramente e di gioire della vita che, nonostante le tante difficoltà è sempre un grande tesoro, una avventura, mistero da scoprire!



Ultime ore del 2016…

di Barbara Magalotti




… e come tanti, mi metto a fare bilanci, a trovare il bandolo dei perché e dei percome di tante difficoltà, e chissà, forse solo oggi trovo il senso di quest’anno nero, difficile e intricato…
I due mesi appena passati sono stati intrisi di attività e lavoro, tra San Pedro, Caranavi e la interminabile burocrazia necessaria a portare avanti i progetti… tanto che davvero non ho avuto un momento per fermarmi e scrivere le mie impressioni, le mie sensazioni…
E dentro al San Pedro ancora una volta trovo quella luce e quel calore di cui avevo necessità… nonostante i tanti report che devo ancora ultimare, la burocrazia assassina che mi attanaglia, tutti i giorni vado a fare un salto al carcere, soprattutto perché durante la chiusura per le vacanze, come sempre, è tempo di pulizie, ordine e ristrutturazioni varie per il centro educativo… 


Per fare spazio nel Kinder, ho deciso di fare la distribuzione di tutti i vestiti che mi hanno portato amici, ex volontari e associazioni varie….dunque oggi grande “MERCATINO DEL REGALO DI FINE ANNO” presso il Kinder… circa un centinaio di detenuti di “Sin Secciòn” (gli abbandonati totali del San Pedro) hanno creato una lunga fila davanti alla porta del centro educativo… Diossssss!!! Erano tantissimi!!! “E adesso, come facciamo???? La roba non basterà!!!” Pachuli era preoccupato e ansioso, ma io non mi faccio intimorire… “Dai, Dai, dai!!! Organizzazione!!!!”, con un gruppetto di detenuti della sezione abbiamo creato un “servizio d’ordine”, e ci siamo organizzati come nelle migliori manifestazioni da super-affollamento, tipo concerto allo stadio: chi stava alla porta a far passare solo 2 o 3 alla volta, chi segnava con un pennarello chi usciva con il suo capo d’abbigliamento, chi mi aiutava a far scegliere i vestiti ai detenuti… insomma, veramente una logistica impeccabile! E come nella moltiplicazione dei pani e dei pesci, ognuno ha portato via qualcosa: la cosa più bella era vedere uscire dal kinder i disgraziati di “Sin Secciòn” col sorriso stampato in faccia…il più tenero, è stato un ragazzo tutto tatuato, super lercio e puzzolente, che nonostante il freddo e la pioggia, non ha voluto prendere ne una maglione ne un pantalone, ma ha scelto una camicia e una cravatta “È per quando andrò alla mia udienza, voglio fare bella figura…” – mi ha fatto venire le lacrime agli occhi dalla tenerezza.
Gli abbracci di queste persone me li ricordo uno per uno… e me li custodisco nel cuore come l’augurio per questo 2017 che si avvicina e al quale chiedo solo questo: che dopo la tempesta e il terremoto emozionale, morale del 2016, mi porti gioia, quiete e pace …che mi porti alimento interiore e luce nell’anima, che mi indichi se il cammino che ho intrapreso è giusto o debba fare deviazioni o trovare sentieri alternativi…
Io sono qua, aperta e in ascolto!
Uscendo dal Kinder Jorge mi ferma e mi dice “Barbara, sei sempre di corsa… vieni a bere un caffè nella mia cella!”. Guardo l’orologio , le 12,10… massi’! Il cancello del carcere chiude alle 12,30, e devo ancora fare mille cose, ma un invito di cuore come questo non ha prezzo! Facciamo tante chiacchiere, io e Jorge – chissà, anche lui aveva bisogno di fare qualche bilancio, qualche “2+2” di quest’anno – ricordiamo le tante cose fatte da quando ho iniziato a lavorare al San Pedro; ricordiamo Padre Filippo, che ha dedicato 30 anni della sua vita alla Bolivia, tra cui 10 al San Pedro… e ad un certo punto Jorge mi dice “Barbara, ti conosco da tanti anni, e ti vedo sempre assolutamente dedicata alla causa non solo dei bambini, ma anche dei detenuti… sai, io credo nel Karma, e credo che stai portando avanti una missione molto importante. Io e tanti altri qua dentro lo sentiamo! Poi chi vuole capire capisce, ma tu stai solo guadagnando punti nel tuo destino karmico”… queste parole mi hanno toccata fino in fondo al cuore, soprattutto oggi, 31 dicembre 2016, un anno in cui, per tutto quello che mi è successo, mi sono sentita smarrita, mi son sentita perdere nelle fluttuazioni del destino, mi sono chiesta tante volte se il mio camminare, il mio agire, fosse giusto.

Ho le lacrime agli occhi e Jorge mi abbraccia “Sei una donna con le palle Barbara, qualunque cosa farai nella vita, so che sarà bello! Buon anno nuovo Barbara! Grazie di cuore!”
Non ho parole, solo un sorriso e le mie lacrime con il nodo alla gola.
Ciao 2016, mi hai portato tanto dolore, tante delusioni e tanta amarezza ma, come si dice, il dolore se non ti uccide ti rende più forte e saggio… e allora grazie anche a te, 2016, che con tutti questi scogli forse mi volevi spronare ad essere migliore!
Vi abbraccio tutti con le lacrime agli occhi e la speranza che questo 2017 sia un anno ricco di belle novità e soprattutto di nuovi orizzonti per tutti noi! In fondo sta solo a noi decidere il nostro cammino!

La vostra Barbara

lunedì 26 settembre 2016

Cena di solidarietà a Sorrivoli 15 ottobre 2016


SABATO 15 OTTOBRE 2016 ore 20.00
CASTELLO DI SORRIVOLI (FC)

L’ASSOCIAZIONE LABORATORIO SOLIDALE
Vi invita alla
Cena di Solidarietà
per i bambini e i detenuti
del Carcere San Pedro e Chonchocoro di La Paz (Bolivia)

I fondi raccolti saranno devoluti al
Centro Educativo “Alegría” del Carcere San Pedro di La Paz  
e al progetto di reinserimento post-penitenziario “Casa Solidaria”.

Durante la serata verranno raccontati gli sviluppi dei progetti realizzati.
Sarà inoltre possibile acquistare artigianato boliviano per sostenere l'associazione e i suoi progetti.
    
Costo della cena:
€ 20,00 adulti e € 10,00 per ragazzi fino ai 15 anni

Vi preghiamo di confermare la vostra adesione

chiamando entro martedì 11 ottobre 2016

al 320 8620194 o scrivendo una mail a magababa67@hotmail.com
 
 
qui sotto la locandina

venerdì 22 aprile 2016

Come il ruscello

di Barbara Magatotti







La vita, il trascorrere del tempo è come il rumore del ruscello, del torrente… pieno di suoni che all’orecchio inesperto o distratto paiono sempre uguali, ripetitivi, ma che se li ascolti bene scoprono infiniti particolari, inaspettati alti e bassi di piene, pietruzze preziose e antiche rotolanti, ramoscelli volati là chissà da dove e che corrono, si incagliano e repentinamente si liberano e proseguono il loro corso… a volte sono grandi rami o tronchi che pericolosamente viaggiano per arrivare a sbattere e poi piaggiarsi su rive arrangiate dalla corrente, e diventano riparo per animali randagi oppure rampe e trampolini di volo per gli uccelli, provvisorie dighe che per un momento creano oasi di pace… anche il fermarsi porta in se’ una grande bellezza, quella della possibilità di osservare e sentire dentro il valore della vita. 




Così come il ruscello, così come il torrente e i suoi mille rumori, l’anima ci regala mille emozioni e ognuna di esse ha una sua preziosità, una sua profonda funzione per aiutarci a capire il profondo senso del nostro essere….anche i più incomprensibili scogli e dolori sono funzionali alla nostra crescita e alla più profonda comprensione del perché siamo qua! 



Julio il colombiano è libero… oggi mi ha chiamata per darmi la notizia, emozionatissimo,felice, al settimo cielo! Che gioia infinita ho provato!!!! Ci siamo dati appuntamento per festeggiare con una bottiglia di vino… ascoltare la sua voce in mezzo ai rumori della strada, mi ha ricordato il rumore del ruscello… Un rumore che nasconde migliaia di piccole sfumature, che se solo prestassimo attenzione, ci sorprenderebbero per la loro unicità e preziosità!
Siamo tutti parte di questa grande sinfonia che è la vita, che è la umanità… dobbiamo solo prestare attenzione, per godere della meraviglia che ci circonda! 



Tutto ciò che esperiamo è energia in movimento, è energia che si trasforma e ci trasforma senza sosta…. sta a noi fermarci e ascoltare le trasformazioni del nostro essere e dare senso profondo a tutto ciò che ci è dato di vivere! Grazie vita!!!! Grazie per le gioie, per i dolori, per le amicizie, per il cuore infranto in mille pezzi, per le infinite sfumature delle mie emozioni… e per i sogni, che anche oggi, mi permetti di sognare!

Un abbraccio dalla vostra Barbara

Della assoluta relatività delle cose…

di Barbara Magalotti

Ecco qua…  un altro autunno è nel pieno della sua bellezza e inonda questa meravigliosa città con il suo sole caldo che splende nel cielo azzurro e terso dell’Altipiano! La Paz è bellissima! Le cose da fare sono talmente tante che il tempo per fermarmi a scrivere è davvero pari a zero… ma le riflessioni che ogni giorno mi ronzano in testa sono tantissime, grazie alle tante persone che incontro. Una riflessione sopra tutte: lo sforzarsi a fare cose utili, ad andare oltre i propri problemi cercando di ascoltare ed entrare in empatia con chi ci circonda, anche con il cuore pieno di dolore, aiuta a dare un colore diverso alle giornate, a migliorare il tono dell’umore e soprattutto dà senso al nostro camminare, e dà sapore alla nostra vita!



In questi ultimi due mesi mi sono immersa completamente nel lavoro in carcere, sia al San Pedro che a Chonchocoro (il carcere di massima sicurezza), cercando di fare delle mie giornate uno scrigno di emozioni e di esperienze… e il mio bisogno di umanità e di pienezza è stato soddisfatto proprio da chi vive quotidianamente nel dolore. Rimango sempre colpita dalle intuizioni dei detenuti che riescono a fare analisi di una semplicità e allo stesso tempo di una acutezza e di una capacità empatica impressionanti.



Ho cominciato il cineforum al carcere di Chochocoro, e quest’anno ho voluto coinvolgere anche le sezioni più isolate (il castigo nel castigo…). Dopo varie peripezie burocratiche (il direttore del carcere non ha voluto accorpare le 6 sezioni in due grandi gruppi, per motivi di sicurezza e voleva a tutti i costi mettermi un poliziotto come scorta nelle sezioni più “pericolose”… poliziotto di scorta che dopo la prima volta ha deciso che me la potevo benissimo cavare da sola!!! ), ho deciso di realizzare questa attività in tutte le sezioni, dividendo la mia giornata, correndo da una sezione all’altra, per riflettere con tutti, la tematica scelta, “Le molteplici facce della solitudine”.





Devo dire che nonostante la totale disorganizzazione e la difficoltà nell’arrivare dappertutto (soprattutto per la difficoltà ad uscire ed entrare da una sezione all’altra… alle volte completamente dimenticata dalla polizia in sezioni talmente isolate che nemmeno gridando ti può sentire nessuno! Devo ancora provare con i segnali di fumo!!!!), l’esperienza sta avendo un grande riscontro… la mia giornata comincia con la distribuzione del dvd alle varie sezioni, mi fermo in una sezione (a turno) guardo il film insieme a i detenuti e discuto dei contenuti con il gruppo di quella sezione, poi vado nelle altre, dove nel frattempo dovrebbero aver guardato il film e aspettare il mio arrivo per discuterne… ovviamente molti detenuti non guardano il film che gli porto, ma appena entro in sezione arrivano per scambiare quattro chiacchiere e ogni volta emergono contenuti di una profondità e creatività incredibile…come le considerazioni di Omar, un argentino condannato a 30 anni, incazzato col mondo intero e arroccato nella sua visione nichilista, pessimista, catastrofica della vita. Ad un certo punto si è creata una discussione molto accesa che dal tema del tradimento e della delusione, si è poi spostata sul tema religione: Omar sosteneva che le religioni sono un costrutto ideologico, imposto e diffuso da pochi, per gestire e manipolare la gente, e allora gli dico “Dunque tu Omar non credi in Dio” e la sua risposta mi è piaciuta troppo “Certo che credo in Dio, ma anche lui è un fottutissimo traditore! Guarda cosa permette che possa succedere nel mondo!”...gli rispondo “Veramente interessante questa tua visione Omar… che ne dici di scrivere una lettera a Dio, dove gli comunichi tutto quello che senti? Magari la condividiamo con i detenuti del carcere di Sollicciano di Firenze e la pubblichiamo”, lui, un po’ sorpreso per la mia risposta accogliente e propositiva ci pensa un attimo e mi guarda dritto negli occhi con un sorrisetto misto di sfida e di curiosità “Certo! Si’, lo farò!” … bellissimo!!! La cosa assurda è che nella sezione dove vive Oscar, non ero mai entrata e nonostante questo, la condivisione che si è creata con i detenuti è stata talmente profonda, che mi sembrava di conoscere quelle persone da una vita intera… detenuti che ricevono solo due pezzi di pane e una zuppa al giorno… e che non hanno esitato a condividere il loro pane e un uovo, per pranzare con me… Quando entro in una qualunque delle sezioni, il tempo vola con una velocità impressionante… le ore sono talmente dense di esperienza e di condivisioni forti e coinvolgenti, che alle volte devo costringermi a uscire per correre in un’altra sezione e svolgere l’attività con altri detenuti, che aspettano con ansia questo incontro.






E sicuramente i momenti più intensi sono quelli delle “confessioni” a cuore aperto….gente che mi racconta tutta la sua vita e che con una sincerità disarmante mi racconta di come siano arrivati ad una condanna di 30 anni. Un giorno ero in una sezione, dove mi ero fermata a guardare il film con i detenuti, in un piccolissimo cortile circondato da una rete metallica. Inizia a grandinare fortissimo. Allora tutti quanti ci ripariamo dentro alle celle, e io entro nella cella di Antonio e Ruben. Antonio comincia a raccontarmi di come abbia iniziato la sua vita di “regolatore di conti” per un grosso cartello della droga boliviano. “Non so quanta gente abbia ucciso, ma sono tante, tante, tante decine…”, mi dice strofinandosi le mani, un po’ imbarazzato….Parla a ruota libera, a ritroso, finchè arriva a parlarmi del primo omicidio della sua vita…non lo aveva mai nemmeno sfiorato l’idea di poter uccidere un essere umano, finche un giorno una banda di trafficanti, per errore, uccide suo fratello in una sparatoria…mi racconta del dolore, del furore e della pazzia che lo ha preso e con un’arma comprata con i suoi pochi soldi, ha trovato gli autori dell’omicidio di suo fratello e del sangue freddo che lo ha pervaso nell’ammazzare sei persone tutte insieme….e di li’ in poi è stata una catena di eventi e di situazioni che lo hanno portato a continuare ad uccidere per “lavoro”…..mi guarda con uno sguardo perso nel vuoto, e cerca nei miei occhi una risposta, una reazione…leggo nel suo sguardo la paura del giudizio e del disgusto…mi limito a dirgli “Dev’essere stato terribile vedere morire tuo fratello”…sento un dolore abissale per lui…e sento addosso tutte le sue aspettative di rifiuto e discriminazione…trovarmi di fronte ad una persona che mi racconta questa cosa enorme e allucinate mi proietta dentro ad una dimensione umana dove la relatività assoluta è la regola, è la cifra, è il parametro di misura…non c’è misura razionale che possa misurare il trauma e le sue vertiginose conseguenze! 







Antonio mi prepara un caffè e condivide con me i suoi pochi crakers inumiditi, mi coccola e mi vizia con le poche, povere cose che ha, come se fossi sua figlia, e ad un certo punto mi dice “La gente crede che perché siamo assassini non abbiamo un cuore. Non pensa che anche noi siamo esseri umani e abbiamo bisogno di affetto e attenzioni… a me manca tantissimo la mia mamma”… la mia mente viaggia…penso alla mia profonda convinzione dell’importanza della relazione nella riabilitazione e alla completa inutilità dell’isolamento carcerario… e poi sento la voce di Antonio “Grazie Barbara, per stare qua ad ascoltarmi! Grazie per non giudicarmi!”… credo che sia stato il caffè più buono che abbia bevuto nella mia vita! 




 

Un abbraccio a tutti dalla vostra Barbara

venerdì 12 giugno 2015

TORCE

di Barbara Magalotti

Sembra che quest'anno la stagione delle piogge non ne voglia proprio sapere di andare in vacanza! Così come il freddo non se ne è mai andato completamente e qualche strascico di pioggia con il suo seguito di giornate nuvolose lotta ancora contro il sole dell'autunno: insomma un gran mischione di stagioni.  E così, senza rendermene conto, è arrivato anche Aprile inoltrato… sono stati mesi molto “pieni” e densi di lavoro. La fatica è stata come sempre ricompensata con momenti speciali di rara intensità e commovente umanità.



Da fine febbraio ho iniziato un cineforum con i detenuti della Sezione Chonchocorito, che è la sezione di riabilitazione da sostanze (quella dove l'anno scorso avevo proposto il corso di italiano). I ragazzi sono davvero un DISASTRO! UN DELIRIO! Bisognerebbe scrivere un libro… Del disordine e del caos interiore.

Il primo giorno di cineforum, dacché dovevamo iniziare alle 9,00 abbiamo iniziato alle 10,30 – tanto per darvi un'idea della fantastica organizzazione! La sala dove avevamo deciso di vedere i film, in realtà è un dormitorio per circa 50 detenuti: di notte stendono i materassi di paglia sul pavimento, e di giorno li accatastano tutti lungo una parete… Bene, no problem! Io di sicuro non mi formalizzo… il problema è che, arrivata nella sala alle 9,10, i materassi erano ancora tutti belli stesi nella sala, e ancora qualche bell'addormentato ronfava rannicchiato sotto le coperte: UFFAAAAAAAAA! Ho cominciato a dire che me ne sarei andata e subito i ragazzi iscritti al cineforum hanno fatto sloggiare gli ultimi assonnati e hanno cercato in fretta e furia le sedie, che non bastavano. Morale della storia: ho fatto stendere i materassi di paglia e ci siamo accomodati tutti ai lati del salone, seduti sui materassi (se avessimo aspettato che comparissero tutte le sedie avremmo cominciato a mezzogiorno). 




Comunque, dopo quella mattina, abbiamo cambiato l'orario dell'incontro al pomeriggio. I partecipanti (circa una quarantina) sono tutti detenuti con alle spalle (o quasi…) problemi di dipendenza da sostanze (molti dei quali hanno iniziato a consumare in carcere), dunque il loro livello di attenzione è veramente pari a zero, e i più hanno gravi problemi di memoria; insomma alla fine della visione dei film, sempre preceduti da una mia breve introduzione con la descrizione a grandi linee della trama o degli argomenti trattati, le prime domande che mi fanno di getto sono “Come si chiamava il protagonista?” “Dov'è che era ambientato il film?” e ovviamente la stessa domanda rivoltami da qualcuno, mi viene fatta esattamente 2 secondi dopo da qualcun altro! Da qualche settimana però i miei ragazzacci hanno finalmente iniziato a leggere le fotocopie con le trame dei film e arrivano già preparati il mercoledì pomeriggio: era ora! Da un'iniziale “sbruffonaggine” di facciata delle prime volte, ora, dopo 5 incontri, si è creata una atmosfera di intimità e di affetto che ha addirittura unito il gruppo. Quando arrivo in sezione i ragazzi mi accolgono con dei sorrisi contenti che mi scaldano il cuore, gridando felici “È arrivata la Barbara!!”, subito qualcuno mi prepara la sedia o il posto su una panca e mi fa cenno di sedere vicina a lui. Durante la proiezione del film, nell'oscurità della sala, spesso mi sento toccare la spalla, bisbigliare all'orecchio e allungare fra le mani una mela, un biscotto, una caramella, un bicchiere di aranciata… Poi al termine del film cominciano i primi commenti alla rinfusa, ognuno parla a voce alta e copre quello che dicono gli altri, nel tentativo di attirare la mia attenzione: UN CASINO INFERNALE! Allora devo prendere in mano la situazione e cominciare a dare i turni. Effettivamente è una bella fatica, riuscire a portare il gruppo ad ascoltare senza interrompere chi vuole intervenire (e la cosa più divertente è quando sento dire sbuffando “Uffa, no, questo lo volevo dire io!”) però devo dire che nell'arco di questi quasi due mesi di incontri, si è creato un bel clima e come sempre succede, c'è un gruppetto di una decina/quindicina di partecipanti che si è proprio affezionato a questo appuntamento e mi porta regolarmente il compito scritto (una riflessione sull'ultimo film visto), oltre a dimostrarmi un grande affetto.


A Pasqua, abbiamo saltato un incontro. Quando ho detto loro che avrei viaggiato per fare una piccola vacanza, subito hanno fatto capannello intorno a me, quasi soffocandomi “Dove vai?” “Con chi vai?” “Vai con il tuo compagno?” “Quando torni?”– che tenerezza, ho risposto ad una ad una a tutte le domande e dissipato tutti i loro dubbi. Alcuni ragazzi imbronciati mi chiedevano “Non ci vediamo per due settimane?” “Ci mancherai tanto Barbarita, non sai quanto!” “Tu ti ricorderai di noi?”– ciliegina sulla torta, la processione di baci e abbracci con gli auguri più belli.

Uscendo da Chonchocorito avevo quasi le lacrime agli occhi per la commozione. Questi ragazzacci sgangherati mi danno delle emozioni veramente forti e hanno il potere di mettermi di buon umore, di farmi sentire coccolata e amata, di sentire il senso del mio camminare: ci sono momenti in cui davvero sento la potenza e l'importanza nella mia vita dell'incontro con queste persone. A volte esco dal carcere e mi sento così fortunata e grata alla vita, tanto da aver bisogno di piangere.

Stessa cosa succede con i bambini, che con i loro abbracci e i loro baci mi fanno ricordare quali sono le cose veramente importanti della vita e soprattutto “di che cosa è fatta la felicità”!

Per circa un mesetto ho accompagnato tutte le settimane la Clarita dal dermatologo, perchè le mani erano coperte di verruche, anche molto grandi. Ci davamo appuntamento davanti al carcere alle 9,30 per andare a prendere un mezzo verso Calacoto (Zona Sud di La Paz) dove c'è l'ambulatorio del medico. E nonostante la Clarita viva in una cella dove il padre la notte beve con gli amici, e al mattino non si sveglia prima di mezzogiorno, questa “piccola donna” mi ha dimostrato una grande responsabilità e capacità di autonomia: sempre puntuale all'incontro, sempre pulita, pettinata e ordinata, con la sua cartella di scuola a tracolla (nel caso facessimo tardi e non riuscissimo a rientrare in carcere per l'ora di pranzo): che tenerezza… pensavo a lei, che la sera si prepara i vestiti e quello che le serve per il giorno dopo, che si sveglia da sola e nel buio raccoglie le sue cose cercando di non inciampare su qualcuno (chissà chi?) che sta dormendo sul pavimento, che va da sola al lavandino della sezione a lavarsi la faccia e bagnarsi i capelli e poi al cancello del carcere a chiedere di uscire ai poliziotti in servizio: 8 anni.

Un giorno la vedo che mi aspetta sulla panchina del giardino di fronte al carcere e la noto un po' pallida e spenta. “Clarita, come stai? Tutto bene?” lei scoppia a piangere e mi abbraccia: “Sono stata male 2 giorni, ho mal di pancia…”. L'abbraccio e la coccolo, davvero non so che fare: torno in carcere e la porto da suo padre o andiamo dal dermatologo e magari chiedo consiglio? Beh, visto che suo padre non si è degnato di farla vedere da un medico, decido (anche se un po' preoccupata) di portarla lo stesso dal dermatologo. Nel minibus si siede sulle mie gambe e si addormenta fra le mie braccia esausta, come se crollasse dal sonno dopo due giorni di sofferenza, mi scende una lacrima mentre la guardo e le accarezzo la testa, sento che ha la febbre.

Per fortuna il Dottor G.M. è una persona squisita, ama i bambini e ha un cuore grande (sta visitando gratuitamente i bambini del San Pedro che gli porto nel suo ambulatorio privato) e si è già affezionato a Clarita, soprattutto dopo aver visto il suo coraggio e la sua grande pazienza mentre le toglieva le verruche dalle manine (ha solo fatto un “ahi!” quando le ha tolto la più grossa, che poi ha sanguinato per un bel po'). G. le misura la febbre: 38 e mezzo. Decide di non togliere nessuna verruca per quel giorno e chiamiamo subito un pediatra descrivendogli la condizione di Clarita. Prendo nota dei farmaci che dobbiamo comprare e Clarita mi dice in un orecchio “Barbara, io ho fame!” “Bene! Buon segno!”
Andiamo in un bel bar e Clarita si mangia un panino col pollo: cucciola! Non vi so dire cosa mi ha attraversato il cuore, ma vedere questa bambina “stare” nel suo malessere senza lamentarsi troppo e reagire ascoltando i segnali del suo corpo senza aspettare che qualcuno “la imbocchi”, davvero mi ha fatto una tenerezza immensa.
E nuovamente penso che queste esperienze sono il sale della mia vita, che cerco di “spendere” giorno per giorno senza “fare economia”!

Luis Espinal ha scritto una preghiera bellissima, che ad un certo punto dice: 

Spendere la vita è lavorare per gli altri, anche se non ti pagheranno;
fare un favore a chi non te lo restituirà;
spendere la vita è lanciarsi nuovamente in un fallimento, se dovesse servire, senza false prudenze…
Siamo torce che hanno senso solo se bruciano,
solo allora saremo luce…

Aggiungo che in ogni caso, “lavorare per gli altri” e “bruciare come torce” ti porta sempre un dono, un insegnamento, una consapevolezza in più – e questo non ha prezzo!

Un abbraccio a tutti dalla vostra 

lunedì 16 febbraio 2015

Il tempo vola…

Da: barbara magalotti magababa67@hotmail.com
Data: Mon, 16 Feb 2015 17:04:02 +0000






Il tempo vola, corre veloce come un treno in corsa... a volte ho come la sensazione di essere nel centro di una vertigine, di un caleidoscopio di esperienze e di emozioni che “spruzza” colori da tutte le parti... Alti e bassi si alternano e accolgo, degli uni e degli altri, la loro importanza nella mia vita... le esperienze si sedimentano nella mente e nel cuore trasformandomi, così come l'acqua che scorre, che modella la pietra, che cambia la configurazione del suo bacino o del suo corso in un eterno e irreversibile movimento. La vita mi sorprende con i suoi giochi di imprevisti e indovinelli da risolvere, con i suoi doni inaspettati e la sua tanta, incontenibile umanità...



Il lavoro in carcere è sempre fonte di insegnamento e di continua sorpresa.

Durante il mese di gennaio abbiamo fatto i lavori di ristrutturazione del Centro Educativo, e per non rischiare di annoiarmi, ho voluto coinvolgere nel lavoro un gruppo di ragazzi di una sezione di riabilitazione dal consumo di sostanze. I sei ragazzi son diventati subito quattro, dopo aver scoperto che due di loro avevano “sgarrato” e avevano comprato droga in un mio momento di distrazione... Abbiamo lavorato sodo per circa dieci giorni: tra polvere, vernice, pennelli e nasi imbiancati, tante chiacchiere, risate, riflessioni... questi quattro ragazzacci mi hanno regalato dei momenti indimenticabili! Chavi ci ha preparato il pranzo (delle delizie!!) e tra le 12 e le 13,30 ci fermavamo a mangiare insieme. Bellissimi momenti di condivisione... ma la cosa assolutamente straordinaria è stata la magia del “dopo pranzo”, del caffè... a un certo punto iniziava il “carosello” delle esperienze... ognuno, a turno, ha raccontato alcune esperienze importanti della propria vita, alcuni passi importanti della propria esperienza di crescita e della propria dimensione della detenzione, dei propri vissuti... a volte ci siamo anche inoltrati in argomenti problematici, come la situazione delle donne in paesi a forte connotazione “machista”, i diritti negati dell'infanzia, i “lutti importanti” che hanno segnato le nostre vite... è stata come una forma di “terapia di gruppo” spontanea, dove ognuno (me compresa) ha espresso la sua opinione, ha “tirato fuori i rospi” e gli scheletri dall'armadio, e anche le lacrime... senza ritegno... bellissimo... credo che momenti come questi non abbiano prezzo!



Qualche settimana fa ero in carcere quando ho saputo che avevano trovato una donna morta in una cella... il suo compagno l'aveva strangolata con il laccio di una scarpa... lui era dentro proprio per lo stesso motivo, sei anni fa aveva strangolato la sua compagna... gelosia patologica... che ritorna e non dà tregua...

Per tutto il San Pedro regnava il silenzio, una sorta di nero sortilegio che aleggiava per tutte le sezioni... non il solito trambusto, non le solite battute sconce per gli androni, non la musica assordante in alcuni angoli... sembrava tutto “fermo”, tutto “ammutolito”... tutti i parenti e gli amici in visita hanno cominciato ad uscire in fretta dal carcere... e io... invece... sono rimasta come paralizzata, non riuscivo a pensare di uscire... ho cominciato a pensare a come si potessero sentire i detenuti, le mogli dei detenuti, e soprattutto i bambini...

Come in trance sono andata a trovare alcuni detenuti nelle loro celle: David (ex-terrorista di Sendero Lunimoso) con cui abbiamo parlato per più di un'ora, oltre dell'atroce fatto accaduto, del sistema politico boliviano e peruviano, della corruzione, degli ideali, dell'onestà e della possibilità di creare una cooperativa agricola con ex detenuti; Julio il colombiano che mi ha accolto con abbraccio commovente... poi mi ha fatto uno dei suoi squisiti caffè e abbiamo tristemente parlato del fatto accaduto e di come, forse, poteva essere evitato; il padre di Alejandra, con cui abbiamo parlato dei suoi figli e della scuola per alcuni di loro, mentre Alejandra e la sorellina minore mi saltavano in braccio e reclamavano la mia attenzione; poi sono rimasta a mettere a posto il Centro Educativo, con Marcelo (il nostro guardiano) e Chavi, in un  silenzio intervallato da pianti inconsolabili... “Barbara... devi uscire, è tardi, poi non ti fanno più uscire”, Chavi era preoccupato... “Adesso vado; finisco di sistemare queste cose”... “Vai a casa, vai a riposare: domani starai meglio, Barbara” mi diceva Marcelo... facevo fatica ad andarmene via... avevo bisogno di sentire che il lavoro che faccio, il progetto che porto avanti al San Pedro, le energie che metto in gioco non siano inutili... avevo bisogno di vivere questo momento con chi ci “deve” star dentro per forza... poi, quasi al pelo con l'orario di uscita possibile, ho cominciato a prepararmi per uscire. Chavi mi ha accompagnato al cancello e quando il poliziotto mi ha aperto, Chavi mi ha abbracciato forte e mi ha guardato negli occhi con una intensità di cui avevo proprio bisogno... ho fatto davvero fatica ad uscire... come se avessi paura di non aver più il coraggio di rientrare i giorni seguenti... che tristezza e che dolore, che senso di impotenza...



Chi entra al San Pedro è davvero lasciato a sé stesso, senza una cura, senza attenzione ai suoi bisogni e i suoi problemi psicologici/psichiatrici, oltre che legali, e senza alcun rispetto per i suoi diritti umani: vale per i detenuti come per chi vi entra suo malgrado... come i bambini... o le compagne dei detenuti... è per questo che con determinazione, con ostinazione e caparbietà cercherò in tutti i modi di aprire un Centro per accogliere i figli dei detenuti e, a questo punto, anche le loro madri... è un sogno? Un'utopia? Non lo so... ma è quello che l'esperienza di questa mia vita mi sta chiedendo di fare!!!

Tanti anni fa (avevo forse vent'anni) scrissi quella che allora definii una “poesia”, ma era più la “sincresi”, il condensato della percezione di una sensazione, di una intuizione:

Si consuma in vortici di colori, la vita. Ed è solo il tempo a determinarne le sfumature.

... alti e bassi di emozioni... caleidoscopio in continuo movimento... carosello di percezioni... la vita in tutte le sue possibili sfaccettature...

Grazie Vita... grazie perché mi dai continui stimoli... grazie perché mi ricordi ogni giorno la fortuna di avere tanti amici, tante persone che amo e che mi amano... grazie perché mi fai sentire anche il dolore, e la profondità della tristezza che risveglia dentro di me la voglia di luce e di cambiamento... grazie perché mi stimoli a cercare vie alternative per arrivare a spazi aperti e liberi! Grazie di tutte le tue sfumature!!!

Un abbraccio forte e con mille sfumature di affetto dalla vostra Barbara!